CORRIERE DELLA SERA, sabato 9 giugno 2007

Minima Romana

Biblink, letteratura in rete

di Elisabetta Rasy

L'idea, nel 2001, e stata di due storici, Giorgio Fiocca e Margherita Pelaja. Poi, assorbito dai suoi doveri universitari, il primo ha lasciato e Biblink è ora affidata alla seconda che, senza tradirne l’ispirazione, non fa mistero della sua particolare attenzione alla cultura femminile. Ma cos’è Biblink? Nel fitto panorama editoriale romano la casella di Biblink e più che rilevante, anche se non tutti i frequentatori abituali delle librerie conoscono il suo marchio. Si tratta infatti di una casa editrice telematica, che pubblica e distribuisce in rete i suoi libri Con più di un obiettivo. Dare spazio a quegli studi scientifici – storia, società, teatro, psicoanalisi – che, pur essenziali nella ricerca, non hanno vita facile nell’editoria tradizionale; rimettere in circolazione testi non più disponibili sul mercato; infine dare un domicilio stabile ai libri, far sì che la loro vita non sia effimera come accade oggi con la rapidissima sostituzione dei titoli. Il catalogo Biblink non ha scadenze: i libri possono essere acquistati e letti in rete, o stampati su richiesta, anche molto dopo la loro apparizione. Una duttilità di movimenti che consente a Biblink di occuparsi anche di argomenti segreti e marginali rispetto al corso ufficiale della storia. Come nel caso del prossimo «Le segrete manovre delle donne», di Alessandra Gissi: una ricostruzione dell’uso che il fascismo faceva delle levatrici, mandate al confino quando, come accadeva, si prestavano anche a procurare aborti, e lì utilizzate surrettiziamente come personale sanitario per coprire la mancanza di servizi.

 

Tuttolibri – La Stampa, sabato 31 marzo 2007

Il voto alle donne. La lunga storia di un diritto che si dà per scontato

IL ROSSETTO CONQUISTÒ LA SCHEDA
                                                          

La compilazione oggi di un elenco aggiornato dei diritti dell’uomo e della donna metterebbe in luce l’immensa eredità che ci è stata trasmessa dalle generazioni che ci hanno preceduto. Il fatto è che ai beni dell’eguaglianza, del diritto al lavoro, alla salute, alla libertà di opinione, di culto, di movimento, di dignità, così come all’accesso a tanti altri beni della stessa natura, tra il 1945 e il 1946, si è aggiunto in Italia il diritto elettorale attivo e passivo anche per le donne. Un grande patrimonio di cui anche il nostro Paese si è arricchito e che oggi, a sessant’anni di distanza, consideriamo come dato e acquisito. La stessa cosa succede con tanti altri beni consegnatici dal passato e ritenuti irrinunciabili. Presi come siamo a rincorrere nuove mete e inseguire traguardi considerati più attuali, finisce così che non pensiamo a tutelare quello che abbiamo ricevuto in dono dandolo per scontato come nostro. Ma chi ci garantisce che lo avremo per sempre? L’indifferenza, la sufficienza e il distacco rivelati dalle percentuali crescenti di astensione al voto e di assenza ai seggi nelle consultazioni degli ultimi anni sono lì a metterci in allarme.
A ricordarci come questa modesta o umile manifestazione di cittadinanza anche femminile, poter votare, sia un bene prezioso e sia stato oggetto di una conquista faticosa, ecco il bel libro di Giulia Galeotti Storia del voto alle donne in Italia. Opportunamente ricordato dall’autrice, il mito arcaico, secondo il quale il diritto di voto delle donne sarebbe un diritto riconosciuto fin dall’origine dell’umanità, ma perduto per lo sgarbo fatto ai loro contemporanei maschi battezzando la città di Atene con un nome femminile, sta a confermare la tesi secondo la quale i miti sono racconti abbelliti e costruiti per coprire le ragioni della violenza fondativa della nostra cultura a cui si cerca di porre rimedio. Il riconoscimento del voto alle donne, togliendole dallo stato di recluse e di assenti, ne è pertanto una delle manifestazioni.
Molti gli ostacoli da superare per ammettere che maternità e politica non sono in opposizione o per respingere forme di carità pelosa e adulazione da parte degli uomini che si dicevano contrari al voto delle donne per salvarne la dolcezza. Primo fra tutti gli ostacoli, l’idea di concedere il voto in nome della specificità femminile e non della cittadinanza e dell’eguaglianza, a cui hanno fatto seguito calcoli quantitativi, come quello per cui per ogni donna che veniva inserita nelle liste elettorali c’era un uomo che veniva escluso, o il timore che la partecipazione politica delle donne intaccasse l’unità familiare, o snaturasse la fisionomia politica del Paese. E poi la paura dell’astensionismo, dell’intluenzabilità, del conservatorismo, della presunta apatia femminile e il sospetto che le donne si limitassero a far da portavoce degli interessi del loro sesso. Senza contare la lunga sospensione temporale di attenzione al tema, la parentesi italiana dovuta agli anni del fascismo. Se non altro, superato lo scontro tra interventiste e neutraliste, la prima guerra mondiale e soprattutto la seconda, seguita dalla Resistenza e dalla larga partecipazione femminile alla lotta per rifondare il Paese, possono essere considerate alla stregua di fenomeni che hanno sveltito l’accoglimento di un diritto già riconosciuto in altri Paesi europei.
Scritto benissimo, in uno stile vivo, cortese e misurato, e attingendo da una quantità di fonti, tra cui giornali, periodici e molta narrativa dell’epoca, il testo della Galeotti fornisce al lettore particolari di grande interesse e credibilità, sparsi tra le pagine che descrivono l’atmosfera rarefatta dei comizi femminili, le emozioni del voto, l’imbarazzo di fronte alla novità delle cabine, l’incertezza per l’abbigliamento adatto a presentarsi al seggio, nonché i problemi connessi al pericolo di annullare le scheda con eventuali tracce di rossetto. Quando la petite histoire incontra la grande histoire.

ODDONE CAMERANA

 

Il Foglio, sabato 4 novembre 2006

Giulia Galeotti

STORIA DEL VOTO ALLE DONNE IN ITALIA
Biblink, 306 pp., euro 24

 

In epoca di “quote rosa” e di supposta parità dei diritti tra uomini e donne, il capitolo che ha visto protagoniste indiscusse le cosiddette suffragette sembra assai lontano. Eppure a uno sguardo più attento ci si rende conto di quanto non lo sia. Ed è anzi proprio l’attualissimo dibattito sulle “quote rosa” che invita alla riflessione. L’autrice Giulia Galeotti ha tracciato nelle pagine del suo saggio “Storia del voto alle donne in Italia” una vicenda fatta di lotta e sofferenza, di ottusa ostinazione e caparbia determinazione “che ha condotto le donne italiane da soggetti esclusi dall’agorà a cittadine”. E’ in questa chiave di lettura prospettica – le battaglie del passato come paradigma di quelle in corso o future – che la Galeotti ha voluto collocare la ricostruzione storica di chi in passato ha invocato nuovi diritti e di chi ad esse ha cercato di opporsi. “Uguali” – infatti – “sono stati i protagonisti della vicenda, uguali i momenti di passaggio dal voto amministrativo a quello politico, uguali le influenze, uguali le argomentazioni addotte dai favorevoli e dai contrari, così come uguali i movimenti organizzativi e le discriminazioni positive o negative, uguali gli atteggiamenti maschili e l’uso strumentale del problema”. D’altra parte la questione del voto alle donne non riguardava solo l’ambito politico, ma in qualche modo aveva a che fare con una mentalità radicata nei secoli che vedeva la contrapposizione tra uomo/pubblico e donna/privato. Il fatto stesso di essere donne, si diceva, e quindi potenzialmente anche madri, avrebbe portato nell’agorà una sensibilità e prospettive del tutto nuove rispetto a quelle maschili. In qualche modo questo modo di affrontare la questione permetteva di attutire la paura di sconvolgimento del tradizionale assetto dei ruoli a cui gli uomini erano legati. Questa sorta di ghettizzazione delle donne rese rappresentanti solo delle appartenenti al loro stesso sesso e non di un partito o schieramento politico rappresentò un escamotage iniziale che diede un’accelerazione – solo apparente si scoprirà – al processo di parificazione per poi rallentare di quasi un secolo la possibilità di affrancarsi dallo stereotipo storico secondo il quale le donne rappresentavano solo le donne, mentre gli uomini rappresentano tutti. Laddove invece il percorso fu più graduale, dove cioè l’estensione del suffragio si realizzò prima a livello locale e poi centrale oppure concedendo il voto prima a poche (per censo, per meriti) e solo in seguito a tutte, l’evoluzione politica delle donne si manifestò in modo fisiologico come espressione degli interessi della collettività. Suddiviso in due parti, il lavoro ripercorre il lungo e faticoso percorso di emancipazione femminile italiana dall’Unità al fascismo e poi dalla Resistenza all’Assemblea costituente, sottolineando la differenza sostanziale tra voto amministrativo e voto politico, considerato quest’ultimo veramente “incompatibile con la natura muliebre votata alla casa e alla famiglia”. Sarà solo la partecipazione femminile alla lotta partigiana a dare la spinta per l’attuazione del decreto Bonomi che decise il voto alle donne. (Gaia Marotta)

 

 

Corriere della Sera, 24 ottobre 2006

Società. Una nuova spiegazione della scarsa presenza femminile nel Parlamento
Politica, non è il maschilismo a frenare le italiane


Alle origini del disimpegno: le conquiste furono troppo improvvise

Siamo abituati a pensare che se le donne sono assai poco presenti nel Parlamento italiano, ciò avvenga anzitutto a causa delle resistenze e dei pregiudizi maschili. Pur senza negare il peso delle une e degli altri è chiaro che si tratta di una spiegazione insufficiente, visto che da 60 anni le donne, esercitando il diritto di voto, condividono con gli uomini la responsabilità di inviare alle Camere un’esigua rappresentanza femminile. Ora il libro di una giovane ricercatrice Giulia Galeotti (Storia del voto alle donne in Italia,Biblink editori, pp. 318, € 24), ricostruendo la storia delle battaglie che hanno portato al suffragio femminile fornisce una spiegazione piuttosto originale di questo fenomeno.
Ad ostacolare la presenza in politica delle donne italiane, osserva l’autrice, sono state in fondo le modalità stesse con cui il voto venne concesso, cioè tutto in una volta nel 1946.In molti altri Paesi l’estensione del suffragio aveva rappresentato un processo graduale: sia perché il voto politico era stato concesso dapprima a un numero limitato di donne e solo successivamente (spesso dopo molti anni) a tutte; sia perché il voto amministrativo era stato introdotto anteriormente al voto politico In casi del genere perciò l’insieme della società aveva avuto tempo e modo di abituarsi gradualmente alla presenza in politica delle donne sia come elettrici che come elette (un diritto quello all’elettorato passivo che venne generalmente ottenuto dopo l’elettorato attivo). La Galeotti fornisce una serie numerosa di esempi di questo processo di graduale estensione del diritto di voto, a cominciare dal fenomeno per cui, nelle elezioni locali, il voto alle donne inizialmente veniva limitato non solo in / relazione al censo (cioè alle imposte pagate), ma anche allo stato civile. Nel senso che le donne nubili o vedove votavano e quelle sposate no; questo ad esempio è ciò che disponeva una legge del 1869 in Inghilterra dove le coniugate avrebbero ottenuto un analogo diritto solo 25 anni dopo. Questa apparentemente curiosissima distinzione aveva una sua ragion d’essere nel fatto che il diritto di voto si fondava sulla proprietà; perciò le donne sposate, essendo soggette alla tutela maritale (e dunque trovandosi ad essere giuridicamente rappresentate dal coniuge) potevano venire private di un diritto concesso invece alle nubili.
Proprio il fatto che il diritto di voto venisse concesso in molti Paesi (ma non in Italia) per tappe successive e attraverso un processo lungo permise appunto di attutire i contraccolpi di una novità che appariva, agli uomini ma anche a molte donne, sconvolgente. Il libro fornisce un ricco inventario di pregiudizi e paure legate alla presenza femminile in politica: dall’idea che fosse sommamente sconveniente una presenza di uomini e donne nello stesso seggio elettorale (vi fu perfino chi propose di separare i luoghi della votazione per sesso) al timore che la presenza delle donne in Parlamento facesse tutt’uno con il crollo dei vincoli sociali e dei valori morali tradizionali.
In Italia, dunque, il fatto stesso che le donne ottenessero, senza nessuna gradualità, il voto sia politico sia amministrativo doveva contribuire invece a rendere più difficile il superamento degli antichi pregiudizi ostili. Ovviamente, nel 1946, non sarebbe stato neppure pensabile concedere il voto altrimenti che a tutte le donne simultaneamente; ma, appunto, questo fatto produsse, in una società come quella italiana, conseguenze che si fanno sentire ancor oggi.
Conseguenze riassumibili nell’idea che, mentre gli uomini in Parlamento rappresentano tutti i cittadini, le donne invece «sono ancora percepite come portavoce del loro sesso, piuttosto che come espressione degli interessi generali quali sono rappresentati dai rispettivi partiti politici». Insomma, nel nostro immaginario collettivo le donne rappresentano soprattutto le donne. Un’idea ben testimoniata dal fatto che generalmente sono ministeri di ambito sociale-familiare-educativo quelli assegnati a donne: dalla prima donna ministro Tina Anselmi, incaricata del Lavoro e della Previdenza sociale nel 1976, fino alle titolari di dicasteri nel governo attuale. Le eccezioni alla regola non scritta che prevede per le donne incarichi politici che la nostra cultura percepisce come femminili sono pochissime: la Galeotti cita Nilde Iotti presidente della Camera dei deputati, Susanna Agnelli agli Esteri, Rosa Russo Iervolino all’Interno. Ma andrebbero almeno aggiunte Irene Pivetti, che dal 1994 al 1996 fu il più giovane presidente della Camera, ed Emma Bonino nel governo attuale.
L’interpretazione fornita dalla Galeotti, soprattutto se non la consideriamo come una spiegazione esclusiva, appare nel complesso convincente. In ogni caso, ha il merito di cercare di superare le spiegazioni un po’ ovvie che evocano il tradizionale maschilismo delle società mediterranee e che oggi, davvero, possono spiegare ben poco. Basti ricordare che l’attuale governo spagnolo è composto per metà da donne e che la Turchia ha avuto per la prima volta a capo del governo una donna, Tansu Ciller, ormai tredici anni fa.

Giovanni Belardelli

 

Corriere della Sera, 26 ottobre 2006

Donne e voto
Separati al seggio. Cambierò la legge

di Giuliano Amato

 

Caro Direttore,
ho letto con grande interesse l’articolo-recensione che Giovanni Belardelli ha dedicato sul Corriere di martedì 24 ottobre al libro di Giulia Galeotti «Storia del voto alle donne in Italia». È un articolo bello e limpido, ma l’interesse, ovviamente, nasce in primo luogo dal libro e dalla sua tesi centrale.
In altri paesi – sostiene la Galeotti – il voto alle donne fu parte di un processo graduale, che accompagnò la loro progressiva uscita dalle mura domestiche, mentre da noi arrivò invece in modo subitaneo e per ciò stesso «sconvolgente». Se ancora oggi nella stessa vita pubblica si assegnano alle donne i ruoli più vicini a quello atavico di madre e di educatrice dei figli, lo si deve alla difficoltà con cui la novità, così rapida, è stata digerita dal Paese. Scrive giustamente Belardelli che la tesi, se non la si prende come spiegazione unica, è persuasiva ed è convalidata proprio dal perdurare, neppure sotterraneo, di diffidenze e resistenze verso l’accesso femminile a ruoli e posizioni che si continua a ritenere maschili. Una rimanenza di questo passato, di cui non so se Belardelli e la stessa autrice sono consapevoli, riguarda un profilo che io ho sott’occhio in questo giorni e che, a quanto capisco dall’articolo, essi sembrano ritenere esaurito nello stesso passato. Fra i pregiudizi e le paure legate un secolo fa alla presenza femminile in politica viene citata l’idea che «fosse estremamente sconveniente una presenza di uomini e donne nello stesso seggio elettorale (vi fu persino chi propose di separare i luoghi della votazione per sesso)». Ebbene quell’idea è ancora viva e informa ancora oggi la nostra legislazione elettorale. L’art. 42 del testo unico del 1957 sulle elezioni per la Camera dei Deputati, un articolo modificato più volte nel corso degli anni (l’ultima volta nel 2005), continua ciò nondimeno a recitare nel suo comma uno: «La sala delle elezioni deve avere una sola porta d’ingresso aperta al pubblico, salva la possibilità di assicurare un accesso separato alle donne».
In cinquant’anni abbiamo pensato a regolare con minuzia la posizione del tavolo con l’urna sopra rispetto ai rappresentanti di lista (in modo che «possano girarvi intorno, allorché sia stata chiusa la votazione»). Abbiamo altresì giustamente pensato a destinare una cabina ai portatori di handicap. Ma non abbiamo mai pensato a rimuovere quel comma uno.
Mi accingo a farlo io, prima, fra l’altro, che i rappresentanti di altre culture che ora convivono in Italia con la nostra, ne traggano spunto per considerarci partecipi delle stesse arretratezze che imputiamo loro e per chiederci di non infastidirli nella loro inaccettabile lettura dei loro testi sacri. E già che ci sono, ne approfitto per togliere anche un’altra rimanenza, che spero davvero di poter considerare tale: è l’art. 38 del testo unico del 1960 sulle elezioni comunali, a norma del quale gli elettori non possono entrare nella sala delle elezioni «muniti di bastone».


Giuliano Amato

 

Il Foglio 15/10/2005

AA.vv.
De Martino: Occidente e alterità

La constatazione di una sostanziale fragilità della presenza umana e il confronto dell'occidente con l'altro da sé sono i temi sui quali Ernesto De Martino, antropologo e storico delle religioni di fama internazionale, ha costruito tutto il suo pensiero. A quarant'anni dalla sua scomparsa, gli Annali del Dipartimento di Storia dell'Università di Roma Tor Vergata dedicano i loro primo numero alla riflessione del grande studioso, punto di riferimento imprescindibile per quel che concerne l'odierno dibattito sullo storicismo. Il tema della "perdita del sé e del contemporaneo smarrimento della domesticità del mondo" (sul quale si concentra il saggio intitolato "La fine del mondo") s'intreccia con quello della comprensione dell'alterità culturale, che comporta una radicale messa in discussione delle certezze dell'occidente. La "minaccia senza compensazione" sfocia nella fine dell'ordine culturale che lascia l'essere umano privo di ogni difesa di fronte al futuro e l'imprevisto, mentre "i rapidi processi di transizione, le lacerazioni e i vuoti che essi comportano, la perdita di modelli culturali inducono crisi vistose e ripropongo nel modo più drammatico i problemi elementari del rapporto col mondo". Secondo De Martino, carattere fondamentale dell'epoca contemporanea è che "essa vive nell'alternativa che il mondo deve continuare ma che può anche finire; che la vita deve avere un senso ma che può anche perderlo per tutti e per sempre; e che l'uomo, solo l'uomo". In questo quadro, quello stesso smarrimento e quella crisi della presenza, centrali in libri come “Il mondo magico" (1948) sulle culture subalterne del meridione, vedono questa volta protagonista non un "Sud magico" ma l'intero occidente, costretto a ripensare se stesso in un dialogo aperto con l'alterità extraoccidentale. Da qui nasce l'invento di Fabio Dei sulle "Minacce e le promesse del multicuiturallsrno", ripensato a partire dal concetto di "patria culturale" più che da quello di identità. Se, ne sosteneva Claude Lévi‑Strauss, "le ture si fecondano a vicenda e ognuna soffre dell'isolamento e si arricchisce invece nel contatto con le altre", si rende necessario sempre di più, per far fronte ai nazionalismi e integralismi di varia natu­ra, fronteggiare il senso di smarrimento provocato dal venire a contatto con il diverso. Il concetto di patria culturale, tipicamente demartiniano, dunque, si attualizza perché "si riferisce a un livello profondo di appartenenza che non si esaurisce affatto nei contenuti consapevoli di macro-identità come quelle promosse dai nazionalismi", ma attiene alla domesticità del quotidiano, che ancora resta la dimensione più rassicurante, anche per l'uomo moderno.

(Gaia Marotta)

 

Il Foglio 28/06/ 2005

L'Edipo ai tempi della provetta

Cosa significa oggi essere genitori? Quale funzione la madre e il padre sono chiamati a svolgere oggi rispetto al passato? Che significa essere concepiti al di fuori dell'atto sessuale? E ancora, come vive un bambino il fatto di non conoscere il proprio padre naturale o di essere adottato da coppie omosessuali? La psicoanalisi ha cominciato a mettersi in discussione quando ha scoperto di essere impreparata a dare risposte forti a questioni tanto delicate, che rimangono più che mai aperte. In questa prospettiva, alcuni dei principali esponenti della Scuola di psicoanalisi lacaniana hanno avviato un dibattito dal quale è nata la raccolta di saggi intitolata "Da una generazione all'altra", a cura di Diego Mautino e con testi di Marcela lacub, Anita Itzcovic, Sol Aparicio.
La ricerca scientifica e le tecniche della procreazione assistita hanno messo in questione la maternità e la paternità, e con esse l'insieme dei legami sociali, così come sul piano legislativo, la possibilità da parte di coppie gay di adottare i bambini ha costretto a una riflessione del tutto nuova sul ruolo tradizionale di genitorialità. I nuovi orizzonti aperti al desiderio di figli, e le forme diverse che può assumere oggi l'essere genitori, impongono anche alla psicoanalisi di riconsiderare ciò che si trasmette da una generazione all'altra, poiché ogni elaborazione dal mito di Edipo articolato da Freud alla tesi sulla funzione della nominazione elaborata da Lacan deve potersi applicare anche al di fuori del gruppo degli ascendenti biologici.
Cosa succede se non c'è stato atto sessuale, se non si sa chi sia uno dei genitori, se la coppia di genitori è omosessuale? In questa raccolta di scritti teorici, alcuni psicoanalisti lacaniani riflettono e si confrontano. Perché di vero e proprio confronto si tratta tra un estremismo postmoderno e provocatorio (lacub) e i bisogni elementari di alcuni bambini adottati, incapaci di comprendere situazioni familiari troppo complesse. Nell’intervista d'apertura alla giurista franco‑argentina Marcela lacub, nota per il suo "L'empire du ventre" (Flaminarion), la studiosa sostiene una nuova forma di "genitorialità senza corpo" attraverso la creazione di un utero artificiale in grado. di separare del tutto l'identità femminile dalla procreazione, unica via per ottenere la definitiva eguaglianza con l'uomo. Secondo la lacub quindi "è padre o madre non chi ha fornito il suo corpo per una nascita, bensì chi ha avuto l'idea e la volontà di fare nascere un essere umano come figlio o figlia" Scenari dalla natura fantascientifica che stridono invece con la sofferenza concreta e lacerante di due casi clinici presi in esame da Anita Itzcovic dai quali emerge drammaticamente quella che è l'impossibilità dei bambini di adattarsi a situazioni familiari tanto "diverse" e d'altro canto quanto tradizionali siano i loro bisogni primari di amore, di sicurezza, di protezione, tutti elementi fondamentali nel cercare di costruirsi una identità soggettivamente e socialmente valida Tra gli altri, anche Sol Aparicio che, nel suo saggio, si interroga su quale sia oggi il ruolo della figura maschile nell'ambito della famiglia, quanto abbia conservato della sua antica importanza, e sia stato capace di rinnovarsi e di darsi una nuova identità.

 

(Gaia Marotta)

 

 

Avvenire 27/05/2005

 

 

Marcela Iacub, Anita Izcovich, Sol Aparicio

Da una generazione all'altra

 

Fra i tanti effetti dirompenti che la procreazione assistita sta provocando nella nostra società c'è anche lo sconvolgimento dei fondamenti teorici della psicanalisi, quelli che Freud aveva individuato nel rapporto con i genitori - necessariamente di sesso diverso -e nelle fantasie intorno all'atto sessuale "primario" del concepimento. Cosa succede se non c'è stato atto sessuale, se non si sa chi sia uno dei genitori, se la coppia di genitori è omosessuale?' In Italia, a differenza di altri paesi europei, la psicanalisi non sembra avere avviato un dibattito su questa questione fondamentale. Importante appare quindi l'iniziativa della Scuola di psicanalisi dei Forum di campo lacaniano di aprire il dibattito con un incontro ‑ domani, sabato 28 maggio a Roma - dal titolo "Le donne e i legami sociali contemporanei. Da una generazione all'altra", preparato dalla pubblicazione di una raccolta di testi introduttivi (Da una generazione all'altra, a cura di Diego Mautino, Biblink). Le domande che si pongono i relatori -Che significa per i bambini nascere al di fuori di un desiderio sessuale? Come definire senza il mito edipico le funzioni paterna e materna? Possono queste funzioni strutturarsi al di fuori del gruppo dei discendenti biologici? - sono centrate, nel complesso, sul tema di fondo della postmodernità in cui viviamo: cioè come affrontare la disgiunzione, medita nella storia, tra riproduzione e atto sessuale.

La raccolta presenta testi teorici di psicanalisti lacaniani (come quello di Sol Aparicio, Considerazioni lacaniane sul declino del padre) e la descrizione di casi clinici - relativi a giovani che vivono drammaticamente l'impossibilità di conoscere il nome del padre oppure l'inserimento in una famiglia omosessuale - ma anche le provocatorie riflessioni di una giurista francese, Marcela lacub, nota sostenitrice di ipotesi aggressivamente moderne. Così la studiosa considera in modo positivo la creazione di un utero artificiale per separare del tutto l'identità femminile dalla procreazione, unica via per ottenere la definitiva eguaglianza con l'uomo, ritenendo che i “diritti disuguali in funzione di una disuguaglianza corporale” sono ingiusti“come il razzismo o come la discriminazione delle persone malate”.

La lacub sottolinea poi come dal punto di vista giuridico si stia oggi affermando un nuovo concetto di genitorialità senza corpo, cioè che “è padre o madre non chi ha fornito il suo corpo per una nascita, bensì chi ha avuto l'idea e la volontà di fare nascere un essere umano come figlio o figlia”. Ciò che conta è solo il progetto, e queste decisioni aprono la strada a nuove situazioni che la giurista definisce "stravolgenti", cioè “la possibilità di creare padri e madri nei quali il genere non ha grande importanza”. L'innovazioneavrebbe ai suoi occhi il grande merito dì spezzare “il mito della disuguaglianza naturale tra gli uomini e le donne rispetto alla procreazione”.

Dalla scelta dell'interlocutore e da alcune considerazioni presenti nei saggi si deduce come gli analisti lacaniani, pure consapevoli del problema relativo alla rivoluzione concettuale in atto, intendano affrontarla aggiornando le categorie di analisi piuttosto che guardando criticamente alle trasformazioni in atto. E questo anche se i casi clinici presi in esame non fanno che mettere in luce le difficoltà e il dolore di, chi nasce in situazioni "non naturali" nel cercare di costruirsi una identità soggettivamente e socialmente sostenibile.

Basterà allora aggiornare le proposte terapeutiche e inventare “nuove forme di strutture psichiche” per curare le psicosi dell'uomo moderno? Basterà godere della uguaglianza perfetta, non disturbata neppure dalle differenze biologiche, per rendere felici gli esseri umani? Basterà ottenere il totale dominio sulla natura, stabilendo che è figlio solo chi è stato progettato e desiderato, e genitore solo chi decide e progetta, per essere felici? I testi lasciano aperto il problema, ma almeno lo hanno posto al centro di una discussione.

 

(Lucetta Scaraffia)

 

 

Enciclopedia Treccani (http://www.treccani.it/site/Scuola/itinerari/index.htm)

 

BAICR Sistema Cultura
Educare alla cittadinanza. Prospettive italiane ed europee
a cura di Federico Petrangeli

 

A pagina 15
"Per capire appieno il significato di cittadinanza, bisogna rivolgere l'attenzione anche al contesto in cui viene esercitata, visto che essa ha molto a che vedere con la partecipazione alla vita pubblica e con l'appartenenza ad una determinata comunità. Se si vuole capire la cittadinanza , insomma, bisogna rivolgere l'attenzione alla città tutta intera, al modo in cui è costruita e in cui la viviamo ogni giorno".

 

L'idea
La necessità di un rinnovamento dell'educazione civica, istituita nella scuola italiana nel 1958 ma da sempre percepita come la 'materia che non c'è', è stata espressa più volte negli ultimi anni e accolta dalla legge di riforma della scuola del 2003. Questo libro costituisce una risposta alla diffusa richiesta, da parte degli insegnanti, di strumenti validi per affrontare l'educazione alla cittadinanza e alla legalità: frutto del progetto formativo Educare alla cittadinanza: il ruolo dei formatori, destinato ai docenti di ogni ordine e grado e organizzato dal BAICR, offre al lettore il vasto materiale, selezionato e aggiornato, di quella esperienza d'incontro tra insegnanti e comunità scientifica; particolarmente felice appare anche la scelta di rendere disponibile il volume sia nella tradizionale forma cartacea che in quella elettronica del formato Pdf, facilmente aggiornabile.

 

Il commento
Dai saggi di Stefano Rodotà, che ripercorre la storia del concetto di cittadinanza, di Massimo Luciani e Francesco Rigano, che descrivono il sistema politico italiano, di Federico Petrangeli, che analizza il diritto comunitario europeo, ai percorsi didattici organizzati secondo la strategia modulare, che costituiscono un'esemplificazione concreta per il lavoro in classe e sono curati da Maurizio Tiriticco, fino ai progetti sperimentali realizzati in alcune scuole e alle bibliografie ragionate, strumento essenziale per un approfondimento e un aggiornamento autonomo da parte degli insegnanti, il libro propone una serie di riflessioni ad alto livello, ma con un linguaggio molto chiaro, sulle questioni dell'educazione alla convivenza civile. Con una scelta che risponde con tempestività e da diverse prospettive alle esigenze poste dai nuovi scenari sociali, politici e istituzionali, si concentra soprattutto sulla 'città Europa' e sul nuovo concetto di cittadinanza – ancora problematico e non definitivo – a essa collegato, offrendo in questo modo un punto di partenza fondamentale di ogni progetto educativo.

 

Eva Cerquetelli

 

 

 

Il Foglio 21/02/2004

 

Secolo senza nome
L'Ottocento in crisi d'identità si svela nell'Autoritratto curato da Francesca Socrate

 

Potrà sembrare scontato, a noi reduci da un passaggio di millennio in cui siamo stati subissati da ogni sorta di celebrazioni e bilanci, che anche alla fine dell'Ottocento fosse successo qualcosa di simile. Ma fu una "prima" assoluta, ciò che avvenne tra il dicembre del 1899 e il gennaio del 1901. Mai, prima di allora, il secolo al tramonto aveva avuto bisogno di "inventarsi" dal punto di vista mediatico, di assegnarsi una vera e propria identità (destinata a riflettersi sull'identità di chi in quel secolo aveva vissuto), di proporsi all'opinione pubblica colta o semicolta dei lettori di quotidiani e di periodici con una "personalità" riconoscibile, un'individualità che ne accreditasse la funzione e il ruolo nella Storia. "Sul punto di staccarci da quella veneranda persona che fu il secolo XIX, e mentre essa sta per. sprofondare nell'oceano delle cose passate, vediamo di fissarla intera anche una volta, di stamparcene nella memoria i lineamenti", scriveva Giuseppe Giacosa su "La lettura” mensile appena nato del Corriere della Sera. È una delle tante voci riportate nel bel saggio di Francesca Socrate “Autoritratto dell'Ottocento. La retorica del primo secolo moderno", Biblink, 168 pagine, 14 euro), che ricostruisce la narrazione pubblica di cui diventò oggetto, in Ita1ía, il secolo declinante. Il libro individua modi e intenti di quell'operazione, mettendone in luce la modernità, attraverso l'analisi di centinaia di articoli, editoriali, commenti, numeri speciali che, tra il 1900 e il 1901, riepilogarono la storia politica, letteraria, artistica, economica dell'Ottocento, le sue scoperte, i suoi caratteri morali e materiali. Quella sterminata produzione giornalistica, scrive Francesca Socrate, "a prima vista non s'inventa niente di nuovo; temi e argomenti erano già in larga parte a portata di mano, dal catalogo interminabile delle conquiste tecnologico-scientifiche alla litografia risorgimentale, dal lessico nazíonal-patriottico alla retorica della concordia sociale, dalla intelaiatura normativa che regolava la sfera pubblica e privata alla filosofia del progresso, ai valori del laicismo.
Ma. la novità del fenomeno celebrativo sta appunto nel montaggio di quei materiali, nella loro ricontestualizzazione e nei registri adottati". Ne emergerà un Ottocento orgoglioso, che rivendica la propria grandezza e riconferma "le certezze dell'universo liberal-borghese, nonostante la crisi che violentemente le aveva investite nell'ultimo decennio del secolo".

 

Eclettico o utilitario?
Mentre la cultura "alta" già si cimenta con la critica della modernità, che porterà in dote al Novecento, l'Ottocento celebrato dalla stampa dell'epoca promette fiducia, benessere e progresso per il secolo neonato, come se sulla carta stampata si fosse trasferito lo spirito del Gran Ballo Excelsior, con la sua esaltazione della scienza e della nuova civiltà. In questa cornice, anche i difetti diventano qualità. "Un secolo senza stile", è uno dei motivi ricorrenti, come si legge anche nella rubrica di Treves, Pesci e Barbiera sull'Illustrazione italiana: "Per molti anni, s'andò dicendo che gli uomini del secolo XIX avevano trovato tutto, ma non uno stile". Ma Guglielmo Bílancioni, sulla Domenica del Corriere, in un articolo intitolato: "Come si chiamerà il XIX secolo?", sosterrà che proprio nell'impossibilità di definirlo in modo univoco, sta la grandezza di un secolo che "ha raggiunto vette di trionfo nelle più svariate attività". E a chi accusa l'Ottocento di non aver saputo essere altro che "ecclettico", di aver mutuato dai ceti medi borghesi caratteristiche da parvenu, risponde Paolina Tacchi, in un editoriale dell'Illustrazione popolare: "Il secolo XIX è stato eminentemente utilitario: sì, in quanto ha capito che nulla deve andar sperduto di ciò che la meravigliosa intelligenza umana produce". Speranze e trionfalismi fin-de-siècle erano destinati a diventare, nel giro di poco più di un decennio, mobilio fuori moda: sarebbe stata la guerra, il vero inizio del "secolo breve". Ma il libro di Francesca Socrate parla di una ricerca del "senso del tempo", spesso ingenua e semplificatrice, che a tutt'oggi non ha abbandonato neanche gli smaliziati abitatori degli anni 2000.

 

Nícoletta Tiliacos

 

 

Le recensioni di Italianistica Online (25 novembre 2003)

Giorgio Fiocca
L'nformatica e l'umanista

La diffusione capillare del personal computer e l'ormai sempre più frequente presenza di Internet (e delle reti informatiche in generale) nella gestione dell'informazione e dei contenuti culturali comportano la necessità di un complessivo riassetto delle competenze richieste agli umanisti sia nei corsi di laurea sia negli ambiti professionali.
L'informatica e l'umanista , di Giorgio Fiocca, si propone come un manuale di base per studenti dei corsi di laurea in scienze umane, concepito anzitutto come un'introduzione all'informatica umanistica per principianti.
Il punto di partenza (cap. 1) è una ricognizione delle vicende che, a partire dagli anni Ottanta del Novecento, hanno fatto diventare il PC uno strumento familiare per gli umanisti e qualcosa di più di una "macchina da scrivere evoluta", il cui utilizzo si limitasse all'elaborazione dei testi, in forma sequenziale.
Il passo avanti rispetto a questa visione e fruizione piuttosto semplicistica del computer si è compiuto nel momento in cui dall'elaborazione dei testi si è passati all'elaborazione dei dati, cioè alla loro strutturazione in forma relazionale. Nascono allora i database relazionali . L'autore (cap. 2) considera "il database come fattore di unificazione tra l'informatica e le diverse discipline umanistiche" (p. 23).
La parte centrale del libretto (capp. 3-6) è dedicata alle applicazioni professionali dell'informatica umanistica, rispettivamente nel settore storiografico, in quello delle scienze del linguaggio e, più lateralmente, in quello delle arti figurative, della storia e critica d'arte (con particolare riguardo alle creazioni iper-/multimediali).
Nell'ultimo capitolo l'autore riflette sui recenti sviluppi dell'editoria elettronica, tanto nello specifico della produzione editoriale (la frontiera del libro elettronico) quanto dal punto di vista dei lettori, in rapporto alle nuove modalità di accesso ai testi.
Fiocca tiene a sottolineare la rilevanza, e anzi la preminenza, della competenza umanistica rispetto a quella puramente informatica; le scelte strategiche per la confezione di un prodotto editoriale di buon livello dipendono dalla corretta interazione tra il progettista informatico e l'esperto umanista, ma è quest'ultimo che fornisce i contenuti e perciò deve anche possedere una cognizione delle potenzialità dello strumento informatico per utilizzarle in maniera ottimale.
Il manuale, da consigliare senz'altro a tutti gli studenti universitari e a chiunque voglia avere un primo quadro di riferimento nell'ambito dell'informatica applicata alle scienze umane, si conclude con un piccolo Dizionario informatico (da Account a ZIP ).

Luigi M. Reale


Liberal, 2003, n. 20

Il genere dell'Europa
Le
radici comuni della cultura europea e l'identità di genere
a cura di Andreina De Clementi

 

Negli studi sulla formazione dell'Europa, la sfera femminile è stata spesso trascurata, sia nel suo sviluppo storico sia nel ruolo che essa ha avuto nella costruzione dell'Europa moderna e contemporanea. Se non sono mancate ricostruzioni della grandi figure femminili che in svariati campi, anche nella politica (valgano per tutte Isabella di Castiglia e Caterina di Russia), hanno segnato la storia moderna, c'è stata una carenza nell'approfondimento dei contenuti teorici che si riflettevano in quelle figure e nell'universo femminile in generale. Recentemente però, anche grazie all'impulso degli «studi di genere», ripresa nostrana degli gender studies fioriti negli Usa negli anni Settanta, i contributi sull'argomento sono cresciuti, anche qualitativamente. In questa linea si inserisce il volume curato da Andreina De Clementi, che illustra connessioni storiche, realtà sociali e prospettive culturali particolarmente propizie per una maggiore consapevolezza della condizione e delle potenzialità di questo universo.
Un momento decisivo per la progressiva affermazione femminile sulla scena europea è l'Illuminismo, come emerge dal contributo di Elena Brambilla. Oggi, e direi con buone ragioni politico-filosofiche, ci siamo liberati da un'acritica apologia di quel movimento, ma non dobbiamo ridimensionare ingiustamente la portata emancipativi di alcune sue istanze.
La Dichiarazione dei diritti delle donne stilata all'epoca della Rivoluzione francese costituisce infatti uno di quei casi in cui il nostro giudizio sui Lumi va ben calibrato. Ma anche nell'ipertradizionalista Spagna, come mostra il saggio di Pilar Cantò, nei primi decenni del Settecento sorge una medesima attenzione: il frate benedettino Benito Frijoo e il medico Martin Martinez combattono i pregiudizi misogini e sostengono la parità intellettuale fra i sessi, scatenando un vespaio di polemiche. Ed è proprio a partire da fenomeni culturali come questi, che è nato il nuovo soggetto femminile della vita sociale europea. Pietro Costa evidenzia poi come l'irruzione di questo soggetto sulla scena politica tra Otto e Novecento abbia prodotto conseguenze epocali: «La donna che vota non è l'astratto titolare di un diritto: è un individuo che non dimentica la propria identità di genere ed è destinato a rinnovare in profondità i contenuti e lo stile della politica». La questione dei diritti civili delle donne non è stata dunque un'ossessione delle suffragette, ma un autentico banco di prova per l'evoluzione della civiltà europea.
Studi di questo tipo non hanno solo un valore storico o culturale ricostruttivo, ma anche un'incidenza politica sull'attuale coscienza europeistica. Non è un caso che nel suo recente viaggio in Croazia, in una delle aree cioè di prossimo allargamento dell'Unione europea, Giovanni Paolo II abbia insistito con forza sul ruolo decisivo della donna nella costruzione della società e, in particolare, nell'edificazione della civiltà europea. E' dunque in un quadro europeistico come questo che possiamo e dobbiamo inserire le ricerche e le analisi sulla realtà femminile.

 

Renato Cristin

 

 

Corriere della Sera 19 ottobre 2002

EDITORI ROMANI
BIBLINK, QUANDO IL SAGGIO ARRIVA ANCHE VIA INTERNET

Per scaffale o per personal computer: lo stesso libro. In versione di carta o in formato elettronico, meno costoso (metà prezzo circa) e da inviare tramite Internet. L'idea è venuta due anni fa a Margherita Pelaja e Giorgio Fiocca, cinquantenni, entrambi con un passato nel mondo della ricerca storica. Lei, alla Fondazione Basso; lui, all'università. Insieme hanno fondato Biblink (tel. 06.44171653, www.biblink.it), casa editrice che pubblica libri destinati in prevalenza al mondo degli studiosi e delle istituzioni culturali: monografie, atti di convegni, materiali seminariali, raccolte e repertori di fonti. Saggistica, prevalentemente: «I nostri sono libri particolari - spiega Margherita - e l'idea é stata quella di affiancare al tradizionale libro un prodotto che sapesse sfruttare le opportunità offerte dalle nuove tecnologie: rapida ricerca delle citazioni, indicizzazioni, singole parti da stampare e ristampare, per, relazioni e conferenze». «Affiancare» sottolinea l'editrice: «Adoro il libro di carta, e sono convinta che al di là di certe, profezie, il suo uso sia insostituibile. Detto ciò, per un certo tipo di produzione un file, elettronico, con possibilità di acquistare integrazioni e aggiornamenti, può offrire una maggiore duttilità». Una quindicina i titoli già prodotti da Biblink Editori (due in uscita e altri tre in cantiere). Aree tematiche principali sono la ricerca nelle scienze sociali e umane, la storia delle donne, la gestione dei beni culturali e la didattica scolastico-universitaria. Fra i titoli pubblicati «Sessualità e violenza nella Roma dell'800», «Industriali e Confindustria dalla Prima guerra mondiale al fascismo», «Documenti della Resistenza a Roma e nel Lazio» e «L’amico americano» sulla campagna pubblicitaria organizzata dal Dipartimento di Stato americano nel varare il Piano Marshall.

E.Sa.
 

 

La Stampa 15 dicembre 2000

Dopo chi vende i libri, anche chi li fa s’è messo ondine. A Roma è nata da poco Biblink: è una casa editrice che si rivolge al mondo degli studiosi e delle istituzioni scientifiche e culturali.
La struttura è quella di un editore tradizione, e –scelta e cura formale dei testi, stretto rapporto con gli autori, presentazione di libri e pubblicazione di atti di convegni, saggi, materiali documentari- ma la specializzazione è sull’online. La Biblink fornisce anche consulenza editoriale alle istituzioni pubbliche e private che intendono passare dal sistema di stampa su carta al formato elettronico.
Obiettivo: favorire, attraverso Internet, la circolazione di lavori di ricerca originali e offrire spazio a una produzione intellettuale consistente, ma spesso inaccessibile. La diffusione attraverso la Rete garantisce infatti agli autori agevolazioni nella pubblicazione e ai lettori costi ridotti con possibilità di aggiornamento dei contenuti.
Su Biblink si possono acquistare singoli capitoli o parti di testi, consultare e scaricare intere opere e, nell’ottica dell’interazione, avanzare al comitato scientifico proposte di pubblicazione.
L’ultima novità in catalogo è L’amico americano di Francesca Anania e Giovanna Tosatti. Uno studio che mette in relazione l’opinione pubblica nazionale con le politiche e le strutture della propaganda in Italia nella prima metà del Novecento, e che emerge dallo “scartabellamento” dei materiali custoditi nel fondo dell’Archivio Centrale dello Stato (oltre 506 film prodotti e distribuiti in Italia dal Servizio di Informazione degli Stati Uniti)

 

 

Ricerca & Futuro, Rivista del Consiglio Nazionale delle Ricerche, 2001, n. 95

Chi volesse trovare in queste righe un libro recensito perderebbe il suo tempo. Perché stavolta non parliamo di un volume ma di tanti volumi: quelli che la nuova casa editrice Biblink offre al pubblico in formato elettronico. Libri di byte, dunque, inviati attraverso Internet direttamente sul computer di casa, che hanno il vantaggio di costare poco e lo svantaggio di non permetterci di gustare il sapore unico e inconfondibile della carta. Ma proprio per questo Biblink - fortemente impegnata nella produzione e circolazione della ricerca scientifica - prevede per i suoi lettori diverse opzioni: acquistare l’intero volume già stampato, o singole sezioni da scaricare e consultare, o ancora integrazioni e aggiornamenti. Nata da poco,la casa editrice può già vantare un'offerta editoriale molto variegata.
R.A.

 

Società italiana per lo studio della storia contemporanea, Il mestiere di storico, Annale III/2002

Margherita Pelaja, Scandali. Sessualità e violenza nella Roma dell'Ottocento, Roma, Biblink, pp.154, € 14,64 (il testo è disponibile anche in formato elettronico al sito www.biblink.it, € 7,23)

È una raccolta dì sei saggi che erano stati pubblicati, in sedi diverse, tra il 1981 e il 1996.
L’Introduzione di Renata Ago (pp. 7 16) è preziosa nel sottolineare il percorso compiuto: dalla attenzione privilegiata all’individuale, condivisa dal gruppo di "Memoria" dove il primo contributo apparve, fino all’impostazione più recente dove le vicende di donne e uomini "subalterni” sono viste sullo sfondo di comportamenti collettivi e di alcuni valori condivisi tra popolo dei fedeli e autorità civili ed ecclesiastiche.
Otre al comune denominatore tematico rapporti sessuali illegittimi, violenze carnali, matrimoni e infanticidi nella Roma e dintorni dell'Ottocento , un filo conduttore importante nella raccolta è quello metodologico, perché in ogni saggio l'autrice ricorre sostanzialmente allo stesso tipo di fonti giuridiche, ma con interrogativi e modalità sempre più complessi. Dal Tribunale civile e penale dì Roma ha estratto un caso di infanticidio (commesso nel1882 da una serva abruzzese emigrata a Roma), narrato in modo scarno per riproporre problematicamente la questione del sentimento materno; dallo stesso fondo ha individuato e collegato fra loro due altri infanticidi dì avvenuti nella stessa piccola comunità a distanza di un lustro, per verificare quali tensioni e strategie si scatenino non tanto tra i diretti protagonisti, o intorno alla creatura partorita e uccisa, o riguardo all'onore della donna incriminata, quanto nelle dense relazioni cui fanno riferimento i nuclei familiari coinvolti, il cui prestigio sociale è rimesso in gioco. Dagli atti della Segreteria del Vicariato, Pelaja ricava dati su creature e madri illegittime, matrimoni riparatori, per analizzare quali siano stati i percorsi di vita delle nubili a partire dalla nascita di un figlio che hanno riconosciuto. Dal Tribunale del Vicariato, che aveva la giurisdizione sui reati contro la morale e la religione, segue il capillare sistema ecclesiastico di controllo del concubinaggio per evidenziare che esso tendeva a regolarizzare più che a reprimere, e come i cittadini dello Stato del Papa cercavano dì sfuggirvi o invece di valersene. A partire dagli unici due registri di Querelari rimasti allo stesso Tribunale, l’autrice individua i casi dì stupro, appena una ventina tra il 1848 ma su questo materiale esiguo esibisce una lettura critica sulle caratteristiche della narrazione, sulle difformità lessicali nel discorso giuridico e in quello popolare che rinviano a universi mentali diversi, entrambi complessi. La raccolta di questi saggi ben conferma quanto, nella connessione tra storia giuridica e storia sociale, sia fruttuosa l'impostazione per problemi.

Patrizia Guarnieri

 

Corriere della Sera n. 49, 2 dicembre 2001

Memorie

Ma la famiglia tradizionale forse non e mai esistita

È in corso il nuovo censimento, che fotograferà la situazione sociale italiana. Ma qualcosa già possiamo dire in anticipo: leggeremo sui giornali che sono in aumento convivenze, figli nati fuori dei matrimonio, divorzi e seconde unioni.
In sostanza, ne risulterà l'allontanamento dal modello di famiglia tradizionale. Ma questo modello di matrimonio regolare e unico, di figli legittimi, di rispetto delle regole che la società e la morale imponevano, è esistito veramente? È esistita una società in cui questo fosse il modo di vita prevalente? Le ricerche degli storici parlano chiaro: no. Perché nel passato le trasgressioni erano molte, anche se meno manifeste, e la tolleranza delle autorità in proposito molto larga, sia pure in uno Stato come quello pontificio decisamente confessionale. Ce lo racconta, con vivaci esempi, un libro di Margherita Pelaja (Scandali. Sessualità e violenza nella Roma dell'Ottocento): risulta così che già nella Roma ottocentesca uomini e donne decidevano di vivere in coabitazione prima che in matrimonio, sia in modo clandestino (se esistevano unioni precedenti) sia apertamente, in modo da indurre le autorità a celebrare con rapidità e gratis le nozze. Molte anche le incertezze sulla legittimità di alcune unioni, a causa dei marasma anagrafico e delle difficoltà di comunicazione, come nel caso esemplare e anche esilarante di un cedo Tizio, che a Parigi sposa Berta, la cui sorella aveva conosciuto carnalmente dietro promessa di matrimonio Ma prima di consumarlo con Berta, Tizio si reca a Roma, dove, dopo aver giurato di essere celibe, prende in sposa Caia, a sua volta parente di Berta. Su domanda dell'interessato, il tribunale dei Vicariato rispose che non doveva considerare sua moglie nessuna delle tre. Anche su trasgressioni gravi, come gli infanticidi, cala spesso l'oblio, per permettere alle sventurate madri di rifarsi una vita. Non siamo solo noi, quindi, ad avere inventato l'elasticità delle norme, né la transitorietà dell'onore, maschile e femminile, che si perde, si riacquista, si aumenta e si investe.

Lucetta Scaraffia

 

CNR - Almanacco delle Scienze, novembre 2001
Scandali. Sessualità e violenza nella Roma dell'Ottocento

Scandali. Sessualità e violenza nella Roma dell'Ottocento racconta la storia della sessualità nell'800 con taglio narrativo e sensibilità storiografica, attraverso le carte inedite degli archivi dei tribunali romani. Un viaggio tra adulteri, stupri e infanticidi condotto dalla storica Margherita Pelaja, attraverso le parole degli stessi protagonisti, Il libro, pubblicato da Biblink editori, è un'interpretazione non convenzionale della storia della morale cattolica, che smantella un luogo comune, diffuso e tutt'ora alimentato: che la Chiesa abbia sempre rappresentato un centro di repressione della sessualità, soprattutto se praticata fuori dal matrimonio.
“In realtà - spiega Margherita Pelaja - la presenza a Roma delle più alte gerarchie della Chiesa ha fornito paradossalmente un incentivo alle copule carnali illecite. E non ci si limitava a praticarle furtivamente, Ma venivano addirittura pubblicizzate, con racconti ai vicini, ai parenti e ai compagni di lavoro".
Lo scopo di questi comportamenti, precisa l'Autrice, era quello di mobilitare i giudici ecclesiastici per ottenere favori di vario genere: dispense, risparmi sui certificati ma soprattutto la convalida ufficiale delle Autorità alle unioni di fatto. Il tutto con la benedizione di parroci e cardinali.
Margherita Pelaja, storica, fondatrice di Memoria, la prima rivista italiana delle donne, e della Società italiana delle storiche, vive e lavora a Roma e conduce da anni ricerche sulla storia della sessualità.

Roberto Alatri

 

 

Società italiana per lo studio della storia contemporanea, Il mestiere di storico, Annale III/2002


Angiolina Arru (a cura di), La costruzione dell'identità maschile nell’età moderna e contemporanea, Roma, Biblink, pp. 124, £ 18,08 (il testo è disponibile anche in formato elettronico al sito www.biblink.it, € 7,23)

Non si può non salutare con favore un'iniziativa ricca di stimoli e indicazioni su una questione cosi nuova al dibattito storiografico italiano, quella dell'identità maschile. Tanto più che essa nasce da una sede di ricerca tra le più interessanti, il Dottorato sulla Storia della famiglia e dell'identità di genere presso IUO di Napoli. Frutto di una Settimana di studi tenutasi nel 1998, l'agile volume offre un ventaglio ampio di suggestioni utili ad esplorare un universo di ricerca che oltre i rocciosi confini del Bel Paese conosce da decenni uno sviluppo incessante. Uno dei meriti principali del libro è quello di fornire uno spaccato, conciso ma appassionante, di questo panorama di studi attraverso due contributi di J. Tosh. Nel primo di essi lo storico britannico ripropone un motivo su cui da tempo giustamente insiste: la rilevanza della sfera domestica per la costruzione di una mascolinità che si vuole tutta tesa, eroicamente, alla dimensione pubblica. Nel secondo, traccia una sintesi di alcuni fondamentali nodi al centro del dibattito, aggiungendovi un abbozzo di riflessione sul tema dell'identità. Sui legami tra pubblico e privato si sofferma pure la curatrice nell'Introduzione, tra l'altro evidenziando nell'istituto dotale una complessa dimensione di negoziazione del potere tra uomini e donne, dall'età moderna a quella contemporanea. Lo statuto instabile dell'identità maschile è un tema ormai classico della letteratura, e qui le pagine di R. Ago sulle figure rinascimentali del cavaliere, del cortigiano, dei giovani scapoli apportano nuovi spunti di riflessione, incluso un rapido ma puntuale paragrafo sulla questione delle fonti. Da fonti ecclesiastiche spesso frammentarie, G. Romeo trae elementi significativi per una lettura dell'evoluzione culturale della chiesa post tridentina, attraverso le sorprendenti vicende di confessori e inquisitori alle prese con un corpo femminile “diabolico”. Accanto ai contributi costruiti nel vivo della ricerca, altri testi affrontano questioni più generali: M. Pelaja muove da un saggio di G. Cazzetta sulla seduzione delle donne nella cultura giuridica moderna, per avanzare riflessioni di grande interesse sulle feconde relazioni tra storia sociale, di genere e del pensiero giuridico; E Ramella procura un ulteriore estensione interpretativa al campo visivo dello storico del maschile, recuperando spunti efficacissimi dalla network analysis, S. Piccone Stella commenta due fondamentali testi dei sociologi Bourdieu e Connell, offrendo un autorevole controcanto femminile all’intera indagine degli uomini sugli uomini come fenomeno politico-culturale; A. De Clementi percorre il dibattito francese sulla parità nella rappresentanza politica, una questione che tocca al cuore uno dei pilastri dell'ordine maschile del potere.
Nel suo complesso, l'opera si inserisce felicemente nella giovanissima ma crescente schiera di contributi volti a stimolare lo sviluppo di un orizzonte di ricerca insostenibilmente assente dal dibattito della nostra storiografia. Un libro da leggere con attenzione, dunque, e da discutere con passione; un discorso importante, lo speriamo vivamente, da far proseguire.

Sandro Bellassai

 

Società italiana per lo studio della storia contemporanea, Il mestiere di storico, Annale III/2002

Istituto Romano per la storia d'Italia dal fascismo alla Resistenza - Associazione nazionale Partigiani d'Italia (Comitato Provinciale di Roma), Documenti della Resistenza a Roma e nel Lazio, CD e testo, Roma, Biblink, pp. 192, € 31,00

Da quando Enzo Piscitelli nel 1965 scrisse la sua Storia della Resistenza romana non sono mancati i contributi di alcuni studiosi sul tema, ma nessuno vi è tornato con lo stesso impegno e la stessa ampiezza di sintesi. Tra le molte ragioni di questa assenza di rivisitazione storiografica vi è stata anche una notevole dispersione delle fonti documentarie tra diversi archivi e raccolte private. Questo CD con la relativa guida alla lettura dei documenti in esso contenuti raggruppa invece una cospicua quantità di fonti archivistiche di diversa provenienza - archivi di Stato, comunali, militari, giudiziari, ecc. - organizzandole in diverse sezioni e sottosezioni tematiche. Di notevole interesse è il materiale proveniente da archivi stranieri, in particolare i National Archives di Washington e l'Archivio militare di Friburgo. Molto suggestive le testimonianze orali provenienti dall'Archivio sonoro “Franco Coggiola”, scelte da Sandro Portelli. Per evidenti ragioni di spazio pochi documenti sono proposti integralmente e non tutti gli stralci appaiono particolarmente significativi, ma naturalmente il materiale presentato vuole costituire un primo approccio e una guida a ricerche che necessariamente dovranno passare attraverso la consultazione diretta dei documenti negli archivi d'origine.
Quando in un futuro verrà il tempo di lasciarsi dietro le spalle “la gloriosa lotta di tutto il popolo romano contro gli aguzzini nazi-fascisti” e le lagrime, più o meno sincere, sui poveri riservisti altoatesini “vilmente trucidati in via Rasella dai cinici partigiani comunisti”, quando cioè, per richiamarsi a Marc Bloch, "robespierristi" e "antirobespierristi" lasceranno il campo a chi vorrà spiegarci chi era veramente Robespierre, quando si vorrà finalmente ricostruire e capire che cosa è stata veramente la Resistenza a Roma, tutto questo materiale sarà di grandissima utilità.

Gabriele Ranzato

  

Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Iter, "Scuola, cultura, società", ottobre-dicembre2001, n.13

Storia e memoria della Resistenza

IRSIFAR-ANPI, Documenti della Resistenza a Roma e nel Lazio, Roma 2001

Mai prima d’ora la curiosità del grande pubblico e della ristretta platea degli studiosi aveva potuto contare su uno strumento così efficace per saperne di più sulla storia di quello 'spaccato' tutto particolare che fu la Resistenza romana e Laziale. Al posto di interi polverosi scaffali di biblioteche e di ore e ore di studio di vecchie carte sparse negli archivi di tutto il mondo, ecco apparire di recente sul mercato editoriale il CD Rom Documenti della Resistenza a Roma e nel Lazio tentativo ambizioso di coniugare il rigore e la passione della ricerca scientifica con le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie, così da rendere agile e immediata la consultazione di tutte le fonti disponibili. Ideato soprattutto con fini didattici, il progetto Promosso dall’IRSIFAR, (Istituto Romano per la Storia d'Italia dal Fascismo alla Resistenza) e dall'ANPI (Associazione Nazionale Partigianiani d'Italia) offre al lettore un percorso ricco di informazioni inedite e nuovi stimoli interpretativi. Esso risulta particolarmente adatto a chi volesse accostarsi alla comprensione di un fenomeno tanto complesso come la Resistenza italiana partendo dal particolare, dalle “storie” raccontate dai singoli documenti, per poi risalire alle questioni più generali, materia del dibattito storiografico.
L’opera si configura innanzitutto come una raccolta selezionata di fonti, organizzata secondo sezioni tematiche che racchiudono a un tempo la trama della lotta resistenziale e della repressione nazifascista, il contesto sociale delle città e delle campagne, la rete delle istituzioni e delle forze politiche allora operanti, la rielaborazione della memoria. Attraverso i molteplici itinerari proposti, vengono alla ribalta strade, piazze, quartieri, luoghi, figure di donne e di uomini, azioni collettive e individuali, identità e condizioni esistenziali. L’approccio diretto con le “carte” consente di evidenziare elementi per lo più trascurati e destinati a rimanere nell'ombra di Opere storiche cosiddette più tradizionali.
La lettura sul supporto informatico è semplice e articolata su tre livelli: Testo del libro, Materiali documentari e Archivio immagini. Nel primo, che è poi la copia del volumetto allegato al CD-ROM, le questioni metodologiche e i nodi storiografici affrontati dai cinque responsabili del comitato scientifico: Antonio Parisella, Claudio Natoli, Alessandro Portelli, Augusto Pompeo e Gaetano Arfé. Tra le chiavi di lettura illustrate nei saggi storici, emerge come innovativo il contributo offerto alla ricerca dalle testimonianze orali che, secondo Portelli, ci aiutano a capire come «gli avvenimenti collettivi fissati nei documenti che costituiscono il corpo di questo volume sono poi accaduti a singole persone in carne ed ossa e da simili persone sono stati messi in atto, e hanno avuto ripercussioni nello spazio meno illuminato e visibile delle cucine, dei rifugi, e delle coscienze e della memoria».
Le voci narranti dei protagonisti sono state scelte secondo un criterio che ha privilegiato l’originalità del “punto di vista".
In quest'ottica sono emerse situazioni poco rappresentate in altri tipi di fonti: la battaglia di Porta San Paolo osservata da un interno domestico, l'attentato di via Rasella letto dal punto di vista di un componente del Battaglione Bozen, la quotidianità dei rifugiati sotto i bombardamenti a Genoano, la Roma notturna attraversata dai GAP.
Una dettagliata cronologia divisa per aree geografiche (Italia, Roma e province del Lazio) e un’appendice bibliografica completano questa prima sezione introduttiva. I Materiali documentari, corpus centrale di tutta l'opera, sono 1370, suddivisi in sette sezioni articolate, a loro volta, in più sottosezioni tematico-cronologiche. Nelle sette macrosezioni vengono affrontati le fasi che scandirono il ritmo di quei nove mesi, d'occupazione tedesca e i temi che ne composero lo scenario: dalla sconfitta
militare all’armistizio, dall'occupazione militare all'ordine del terrore, dalla situazione politica e sociale al movimento di resistenza, da Anzio e Cassino alla situazione dopo la liberazione del 4 giugno 1944.
Gli avvenimenti che costituiscono la parte fondamentale del periodo in esame dall'8 settembre 1943 al 4 giugno 1944 – sono introdotti e seguiti da documenti che consentono di ripercorrere sia le principali vicende che accelerarono la crisi militare e politica in Italia fino all'armistizio, sia quelle che seguirono alla liberazione di Roma e del Lazio. Numerose le tipologie delle fonti trascritte; tra le altre, le relazioni dei questori, dei prefetti e dei podestà che registravano lo spirito pubblico della popolazione; i messaggi di Radio Londra e i manifestini della propaganda alleata; i fonogrammi dei posti di guardia degli ospedali che informavano sulle vittime delle incursioni aeree, i mattinali dei capi delle province o degli amministratori comunali trasmessi quotidianamente alla Direzione generale di Pubblica sicurezza; stralci di sentenze emesse nel confronti dei collaborazionisti da parte dei tribunali. Il terzo e ultimo livello di lettura, l'Archivio immagini, è senz'altro il più deludente della vasta rassegna documentaria proposta. Solo una ventina le riproduzioni fotografiche che illustrano gli eventi narrati e totalmente assenti i materiali audiovisivi, che avrebbero trasformato il CD-Rom in un'opera davvero ipertestuale e multimediale. Una opportunità di utilizzare simultaneamente fonti diverse in grado di dialogare costantemente con il testo, arricchendone e motivandone i passaggi, è senza dubbio l'aspetto più innovativo di uno strumento come l’ipertesto, e dispiace che i responsabili del bel progetto qui presentato non abbiano sfruttato l'occasione di avvalersi di tali ulteriori potenzialità.

 

Il Manifesto 20 giugno 2001 

Nota soprattutto per la battaglia di Porta San Paolo e per l'azione di via
Rasella, la Resistenza romana non è stata finora indagata al pari di
quella di altre città del nord, e così pure quella laziale. Il suo studio è
ora agevolato dalla vasta raccolta in CD, condotta dall'Irsifar e dall'Anpi dal titolo “Documenti della storia della Resistenza a Roma e nel Lazio. Si tratta
di materiali selezionati da archivi italiani e stranieri, da giornali, da testimonianze e memorie, e organizzati in diverse sezioni: la sconfitta e l'armistizio, l'occupazione militare, il terrore, la situazione sociale e politica, il movimento di resistenza, lo sbarco di Anzio e la battaglia di Cassino, il 4 giugno.
La raccolta ripercorre i passaggi nodali, ma ricostruisce anche il contesto sociale, le posizioni delle forze politiche e il ruolo delle istituzioni, in linea con la maggiore attenzione che gli studiosi negli ultimi anni hanno rivolto all'approfondimento delle realtà resistenziali locali si veda ad esempio la pubblicazione, presso l'Einaudi l nell'ultimo anno del primo volume del Dizionario della Resistenza (a cura di Enzo Collotti, Renato Sandri e Frediano
Sessi, pp. 617, £. 120.000); o dell'Atlante storico della Resistenza italiana edito dalla bruno Mondadori (pp. 160, £. 88.000, con prefazione di Giorgio Rochat). Particolare attenzione è poi attribuita alla rinascita della società civile e all'affermazione di una identità opposta al fascismo.
La consistenza minore della produzione storiografica sugli eventi della capitale e della sua regione è dovuta al fatto che qui la Resistenza ebbe una dimensione minore rispetto al Settentrione. Più limitate furono infatti le azioni di guerra e di sabotaggio e l'ostilità verso le truppe naziste e fasciste fu meno evidente. Ma, sebbene il movimento partigiano fosse meno diffuso e di inferiore capacità offensiva, a Roma fu organizzato l’attentato di via Rasella, una delle maggiori azioni di guerra e di più alto valore simbolico di tutta la durata del conflitto.
Nel Lazío la Resistenza si sviluppò in modo differenziato per zone, ma complessivamente si può distinguere tra l'area meridionale -dove le formazioni partigiane si organizzarono più velocemente per la vicinanza con il fronte e condussero una lotta più scoperta- e l’area dell'alto Lazio dove il movimento si organizzò con il passare dei mesi, quando fu evidente che i tempi della liberazione sarebbero stati più lunghi del previsto, e condusse una guerriglia più simile a quella montana del nord d'Italia.
Corredata di un volume guida alla lettura dell'intero CD, con saggi introduttivi sull’inquadramento nel contesto storiografico e sulle scelte del tipo di fonti (con testi di A. Parisella, A. Pompeo, A. Portelli, C. Natoli, G. Arfeè), l'opera è stata pensata anche come strumento didattico (l'Irsifar in questi anni ha avuto particolare attenzione al mondo della scuola e dell’aggiornamento degli insegnanti). E in proposito F. Piva, nell'introduzione, sottolinea come questa attenzione sia rilevante «nell’attuale congiuntura politico culturale, una fase in cui da più versanti e con diversa angolatura la storia viene usata come strumento di lotta politica per delegittimare le basi fondative della Repubblica (l'antifascismo, la Resistenza, la Costituzione) e, più in generale, per divulgare interpretázioni grossolanamente deformate della storia post unitaria del nostro paese».

Grazia Pagnotta