“Leggendaria”, n. 71-72, novembre 2008

Curatrici di scienza
Come comunicare ai giovani l’amore per quel “calderone disordinato”

di Nadia Tarantini


«Mi ci fai pensare tu per la prima volta, ma probabilmente sì: il fatto che siamo tutte donne incide su questo lavoro, ogni ricercatore mette una parte di sé, noi come ricercatrici mettiamo la nostra componente di genere: amare la scienza e volerla profanare». Addirittura. «In senso etimologico: porla davanti al tempio, alla mercè delle persone». Adriana Valente ha un bel viso, intenso, e quando s’addentra nella sua passione gli occhi chiari e pieni di sfumature le brillano parecchio. È trascinante. Ce la vedo benissimo, nella aule scolastiche in cui porta la scienza davanti al tempio, ai piedi di studenti delle più varie etnie metropolitane. E facilmente, quelli che sono entrati in classe masticando con esagerata strafottenza il chewing, facendo finta di non vederla e parlando a voce alta fra loro; insomma quelli che si siedono a gambe larghe come nei film di Fonzie: beh, sono proprio i più soggetti a rimanere folgorati dal lavoro che propone questo gruppo di ricercatrici. A Roma, a Bologna, a Milano, a Napoli: con Adriana Valente, Alba L’Astorina, Emanuela Reale, Loredana Cerbara, Sveva Avveduto, Luciana Libutti e Maria Girolama Caruso. Anche il personale tecnico è tutto al femminile. Cristiana Crescimbene, Maria Giovanna Felici, Laura Sperandio. Diversi Istituti del Cnr convergono su una ricerca di “comunicazione della scienza ed educazione”, che riceve finanziamenti nazionali e internazionali. Il Ceris (imprese e sviluppo) di Emanuela Reale, l’Irea (Rilevazione Elettromagnetica nell’Ambiente) di Alba L’Astorina. L’impronunciabile istituto in cui c’è Adriana Valente, la coordinatrice (IRPSS: Istituto di ricerca sulla popolazione e le politiche sociali). L’IRPSS ha fatto di questo lavoro la sua commessa. Un Osservatorio che esiste dal 2000 e si rinnova nei temi ogni volta: Ogm, elettrosmog, esplorazione dello spazio.
Negli ultimi due anni la ricerca è stata focalizzata sui cambiamenti climatici e le risorse idriche. Non di una sola scienza si parla. «Non esiste una scienza, esistono diversi punti di vista sulla scienza, noi ai ragazzi non presentiamo una scienza monolitica, ma il calderone disordinato di cui parla quello che considero il mio maestro, Bruno Latour». Un calderone in cui le donne ricercatrici cucinano senza vergogna ricette antiche: la cura, l’accoglienza, l’educazione della prole. «Sì, è vero, in questa ricerca c’è tanto lavoro di cura, quello che le donne mettono in più; siamo più oblative, è un lavoro poco visibile, per esempio lavoriamo tanto per cogliere ogni volta dalle cose vecchie cosa sperimentare per il futuro». Il modello di partecipazione pure è multitasking. Si parla ma nello stesso tempo si ascolta. Rappresentazione come ri-presentazione: si riesce a rappresentare ciò che si ripresenta a noi e in cui vediamo qualcosa di noi: i nostri valori, le nostre conoscenze, le nostre credenze. Si parte dalla conoscenza tacita degli studenti, quella che loro non sanno neppure di avere. «Le loro frasi – spesso apparentemente demenziali, per esempio: non m’importa del problema dell’acqua perché bevo soltanto Coca Cola – scritte su un mosaico di post-it attaccati su una lavagna a fogli mobili acquistano senso a mano a mano che i gruppi di studenti (tre o quattro per classe) provano ad organizzarle, scegliendo l’ordine gerarchico o relazionale, mettendole vicine o dando loro diversa importanza. «La partecipazione cresce soprattutto nei luoghi meno nutriti di conoscenza. Quando i Fonzie si rendono conto che dietro la demenza che esprimono c’è il commercio globale e lo spreco, la rapina dell’ambiente: che le loro conoscenze valgono e possono essere arricchite, integrate dal faccia a faccia con le scienziate e con gli esperti che loro porteranno nelle scuole.
La ricerca riserva sorprese, anche di genere. «Siamo molto orgogliose che in questo insieme di indagini che portiamo avanti dal 2000, dieci indagini, abbiamo sfatato il luogo comune della mancanza di fiducia delle donne nella scienza. È vero che le ragazze sono un po’ più critiche dei ragazzi; è vero che sono più preoccupate rispetto ai maschi. La critica, la preoccupazione nei criteri di interpretazione, anche a livello europeo, sono considerati indici di minore fiducia: noi abbiamo ribaltato questo concetto, non è così! Proprio dove si esprime più preoccupazione, c’è fiducia vera. Infatti le ragazze, costantemente, sia pure in una costante piccola ma che si ripresenta sempre, alla domanda chi dovrebbe prendere le decisioni sulle applicazioni della scienza? rispondono, più dei maschi: gli scienziati, la comunità scientifica».
Un lavoro che non arriva a incidere quanto sarebbe necessario. «Siamo consapevoli che c’è un soffitto di cristallo anche qui, una grossa distanza fra questo lavoro e le sedi decisionali». D’altronde, le ricercatrici di “Comunicazione della scienza ed educazione” non sono soltanto oblative: sono anche poco attente alla rappresentazione di sé: «Noi quando facciamo una presentazione dei risultati mettiamo in rilievo sia gli aspetti forti che gli aspetti deboli della ricerca, non lo fa nessuno! Esplicitiamo i limiti delle statistiche, condotte e studiate dalla nostra Loredana Cerbara». Ma perché lo fate?! «Lo facciamo perché abbiamo una visione del nostro lavoro non strumentale, lo facciamo con pienezza e ci dà pienezza, lo nutriamo e ne siamo nutrite. A volte siamo pressate da un progetto dietro l’altro, da un’indagine dietro l’altra e non valutiamo la convenienza di un tema, ma la necessità o meno di alimentare, con quel tema, il lavoro che stiamo facendo. La priorità è farlo crescere».

 

Utili ma poco “prestigiosi”

Sta per essere pubblicato da Biblink Immagini di scienza e partecipazione, un libro che raccoglie l’ultima ricerca di Adriana Valente e delle sue colleghe, “Giovani e scienza di fronte al cambiamento climatico e alla crisi idrica”; riporta gli interventi degli scienziati che sono andati nelle scuole nel corso della ricerca; e infine provoca una serie di esperti in un gioco che sfida a trovare nuovi nessi: comunicazione, scienza, e...? Apprendimento, Passione, Radio, Blog, Scrittura creativa, Etica, Media, Open access... La ricerca viene sintetizzata nel libro nei suoi diversi aspetti: conoscenza – fiducia – percorso e prospettive della scienza/la professione di scienziato. Su quest’ultimo aspetto, offre uno spaccato sociale inquietante. Negli ultimi due anni, fra le professioni più utili, nell’immaginario dei ragazzi sono colati a picco gli imprenditori. Le due professioni che appaiono più utili: lo scienziato e il medico. Una divaricazione impressionante, però, si verifica se si mettono a confronto il concetto di utilità e di prestigio. il 57 per cento degli studenti considera la professione del medico “più utile” delle altre, ma quanto a prestigio si scende al 7 per cento. I più “prestigiosi” risultano politici e avvocati – che scendono però a livelli infimi quando ad utilità: politici e (ahimé) giornalisti sono al 3 per cento. Scrive Adriana Valente, che sta anche curando l’edizione del libro: «Possiamo intendere con utilità la considerazione di cui si gode nella società, che rende autorità»; mentre prestigio è considerato «il privilegio dell’appartenenza ad un’élite, che conferisce status e potere». Si tratta, continua la ricercatrice, di una illusione sociale, come insegna “il latino prestigia: illusione, normalmente accompagnata da destrezza, che la determina, proprio come nei giochi di prestigio».
N.T.

 

 

 

www.galileonet.it

 

La scienza secondo i ragazzi di Luisa de Paula Adriana Valente (a cura di)
Immagini di scienza e pratiche di partecipazione

Biblink 2009, pp. 207, euro 24,00 (disponibile anche in inglese)

 

Gli scienziati sono utilissimi alla società, ma non guadagnano e hanno scarso appeal. Insomma, tutto il contrario dei politici, che invece servono a poco, ma sono ricchi, seducenti e popolari. Secondo l'Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali del Cnr, i ragazzi tra gli 11 e i 19 anni la pensano così, e forse non hanno tutti i torti. Immagini di scienza e di pratiche di partecipazione ci aiuta a capire perché in Italia le carriere scientifiche continuano a perdere colpi.
La prima parte del libro riassume Ethics and Polemics, progetto biennale che ha permesso a studenti di medie e superiori di lavorare con ricercatori e personale della Protezione Civile su alcuni grandi temi della scienza: crisi idrica e cambiamento climatico. La seconda sezione del volume è un mosaico di approfondimenti che attinge a fonti esterne al mondo della scuola, ricordandoci che educazione e comunicazione della scienza chiamano in causa vincoli reciproci a sfondo partecipativo. Nel corso del progetto ai giovani sono stati somministrati dei questionari per indagare la loro idea di scienza. I dati ottenuti evocano una complessità che lascia spazio ad apparenti contraddizioni. L’86% dei giovani, per esempio, dice di amare la scienza, ma solo il 62% si sentirebbe di lavorare in un’istituzione scientifica; lo scienziato è ritenuto la fonte più attendibile, eppure, al di fuori della scuola, la televisione è la prima maestra. A fronte di un basso livello di preparazione, l'interesse dei ragazzi per gli argomenti scientifici è molto alto. Fanno eccezione le questioni etiche: per esempio, il dibattito sulle staminali, che tanto surriscalda i media, lascia freddi e disinformati l’87% degli studenti. L’esplorazione dello spazio conquista la vetta nell’ordine preferenziale: il 61% dei ragazzi dichiara un interesse elevato, con punte del 65,3% tra gli under 14 delle medie. I giovanissimi fanno amicizia e shopping in rete, ma non hanno familiarità con i motori di ricerca, e, quel che è peggio, abilità critiche per orientarsi nel guazzabuglio di Internet. L’Information Literacy, IL o alfabetizzazione informatica, in Italia stenta ancora a decollare.
Gli approfondimenti della seconda sezione iniziano con il racconto di Tommaso Castellani e Anna Parisi, promotori di caffè della scienza. Il loro successo dimostra che i poteri di Internet sono complementari, piuttosto che alternativi, alle forme di partecipazione diretta. Lo conferma Manuela Arata, presidente del Festival della scienza di Genova, un evento che è sempre meno festival e sempre più melting pot di culture e bene comune. Promuovere in parallelo partecipazione e qualità è un leitmotiv anche del saggio dedicato ai musei della scienza (Elisabetta Falchetti, coordinatrice del Museo civico di Zoologia di Roma) e alla blogsfera (Silvie Coyaud, giornalista). Nadia Tarantini, giornalista, ci regala una lezione di scrittura creativa applicata alla scienza; Andrea Cerroni, sociologo della Bicocca di Milano, ne offre un saggio pratico costruendo un’apologia ironica.
C'è addirittura chi parla di scholarly skywriting, “scrittura celeste” che attraversa i confini tra persone e paesi creando un continuum incentivante la creazione di sapere (Daniela Luzi e Rosa di Cesare dell'Irpps). E c'è chi esorta a darsi da fare, perché «Intorno alla scienza c’è molto da raccontare, ma è una narrazione ancora tutta da scrivere» (Pio Cerocchi, responsabile Ufficio Divulgazione e Relazioni Istituzionali del Cnr). Naturale, allora, che la formazione torni al centro di molti saggi anche in questa seconda sezione. Ma un accento complementare cade anche sul senso dei diritti che è necessario promuovere tra i giovani scienziati. A testimoniarlo è un breve ma intenso autoritratto di una donna-scienziato, Nadia Rosenthal,che oggi dirige il Laboratorio Europeo di Biologia Molecolare. La carriera scientifica le è costata anni di sacrifici, ma nessun compromesso «Ho mantenuto un senso di libertà nell’assecondare la mia curiosità perché ho scoperto di non potermi accontentare di niente di meno».

 

 

“Leggendaria”, n. 71-72, novembre 2008

Curatrici di scienza
Come comunicare ai giovani l’amore per quel “calderone disordinato”

Di Nadia Tarantini

«Mi ci fai pensare tu per la prima volta, ma probabilmente sì: il fatto che siamo tutte donne incide su questo lavoro, ogni ricercatore mette una parte di sé, noi come ricercatrici mettiamo la nostra componente di genere: amare la scienza e volerla profanare». Addirittura. «In senso etimologico: porla davanti al tempio, alla mercè delle persone». Adriana Valente ha un bel viso, intenso, e quando s’addentra nella sua passione gli occhi chiari e pieni di sfumature le brillano parecchio. È trascinante. Ce la vedo benissimo, nella aule scolastiche in cui porta la scienza davanti al tempio, ai piedi di studenti delle più varie etnie metropolitane. E facilmente, quelli che sono entrati in classe masticando con esagerata strafottenza il chewing, facendo finta di non vederla e parlando a voce alta fra loro; insomma quelli che si siedono a gambe larghe come nei film di Fonzie: beh, sono proprio i più soggetti a rimanere folgorati dal lavoro che propone questo gruppo di ricercatrici. A Roma, a Bologna, a Milano, a Napoli: con Adriana Valente, Alba L’Astorina, Emanuela Reale, Loredana Cerbara, Sveva Avveduto, Luciana Libutti e Maria Girolama Caruso. Anche il personale tecnico è tutto al femminile. Cristiana Crescimbene, Maria Giovanna Felici, Laura Sperandio. Diversi Istituti del Cnr convergono su una ricerca di “comunicazione della scienza ed educazione”, che riceve finanziamenti nazionali e internazionali. Il Ceris (imprese e sviluppo) di Emanuela Reale, l’Irea (Rilevazione Elettromagnetica nell’Ambiente) di Alba L’Astorina. L’impronunciabile istituto in cui c’è Adriana Valente, la coordinatrice (IRPSS: Istituto di ricerca sulla popolazione e le politiche sociali). L’IRPSS ha fatto di questo lavoro la sua commessa. Un Osservatorio che esiste dal 2000 e si rinnova nei temi ogni volta: Ogm, elettrosmog, esplorazione dello spazio.
Negli ultimi due anni la ricerca è stata focalizzata sui cambiamenti climatici e le risorse idriche. Non di una sola scienza si parla. «Non esiste una scienza, esistono diversi punti di vista sulla scienza, noi ai ragazzi non presentiamo una scienza monolitica, ma il calderone disordinato di cui parla quello che considero il mio maestro, Bruno Latour». Un calderone in cui le donne ricercatrici cucinano senza vergogna ricette antiche: la cura, l’accoglienza, l’educazione della prole. «Sì, è vero, in questa ricerca c’è tanto lavoro di cura, quello che le donne mettono in più; siamo più oblative, è un lavoro poco visibile, per esempio lavoriamo tanto per cogliere ogni volta dalle cose vecchie cosa sperimentare per il futuro». Il modello di partecipazione pure è multitasking. Si parla ma nello stesso tempo si ascolta. Rappresentazione come ri-presentazione: si riesce a rappresentare ciò che si ripresenta a noi e in cui vediamo qualcosa di noi: i nostri valori, le nostre conoscenze, le nostre credenze. Si parte dalla conoscenza tacita degli studenti, quella che loro non sanno neppure di avere. «Le loro frasi – spesso apparentemente demenziali, per esempio: non m’importa del problema dell’acqua perché bevo soltanto Coca Cola – scritte su un mosaico di post-it attaccati su una lavagna a fogli mobili acquistano senso a mano a mano che i gruppi di studenti (tre o quattro per classe) provano ad organizzarle, scegliendo l’ordine gerarchico o relazionale, mettendole vicine o dando loro diversa importanza. «La partecipazione cresce soprattutto nei luoghi meno nutriti di conoscenza. Quando i Fonzie si rendono conto che dietro la demenza che esprimono c’è il commercio globale e lo spreco, la rapina dell’ambiente: che le loro conoscenze valgono e possono essere arricchite, integrate dal faccia a faccia con le scienziate e con gli esperti che loro porteranno nelle scuole.
La ricerca riserva sorprese, anche di genere. «Siamo molto orgogliose che in questo insieme di indagini che portiamo avanti dal 2000, dieci indagini, abbiamo sfatato il luogo comune della mancanza di fiducia delle donne nella scienza. È vero che le ragazze sono un po’ più critiche dei ragazzi; è vero che sono più preoccupate rispetto ai maschi. La critica, la preoccupazione nei criteri di interpretazione, anche a livello europeo, sono considerati indici di minore fiducia: noi abbiamo ribaltato questo concetto, non è così! Proprio dove si esprime più preoccupazione, c’è fiducia vera. Infatti le ragazze, costantemente, sia pure in una costante piccola ma che si ripresenta sempre, alla domanda chi dovrebbe prendere le decisioni sulle applicazioni della scienza? rispondono, più dei maschi: gli scienziati, la comunità scientifica».
Un lavoro che non arriva a incidere quanto sarebbe necessario. «Siamo consapevoli che c’è un soffitto di cristallo anche qui, una grossa distanza fra questo lavoro e le sedi decisionali». D’altronde, le ricercatrici di “Comunicazione della scienza ed educazione” non sono soltanto oblative: sono anche poco attente alla rappresentazione di sé: «Noi quando facciamo una presentazione dei risultati mettiamo in rilievo sia gli aspetti forti che gli aspetti deboli della ricerca, non lo fa nessuno! Esplicitiamo i limiti delle statistiche, condotte e studiate dalla nostra Loredana Cerbara». Ma perché lo fate?! «Lo facciamo perché abbiamo una visione del nostro lavoro non strumentale, lo facciamo con pienezza e ci dà pienezza, lo nutriamo e ne siamo nutrite. A volte siamo pressate da un progetto dietro l’altro, da un’indagine dietro l’altra e non valutiamo la convenienza di un tema, ma la necessità o meno di alimentare, con quel tema, il lavoro che stiamo facendo. La priorità è farlo crescere».

 

Utili ma poco “prestigiosi”

Sta per essere pubblicato da Biblink Immagini di scienza e partecipazione, un libro che raccoglie l’ultima ricerca di Adriana Valente e delle sue colleghe, “Giovani e scienza di fronte al cambiamento climatico e alla crisi idrica”; riporta gli interventi degli scienziati che sono andati nelle scuole nel corso della ricerca; e infine provoca una serie di esperti in un gioco che sfida a trovare nuovi nessi: comunicazione, scienza, e...? Apprendimento, Passione, Radio, Blog, Scrittura creativa, Etica, Media, Open access... La ricerca viene sintetizzata nel libro nei suoi diversi aspetti: conoscenza – fiducia – percorso e prospettive della scienza/la professione di scienziato. Su quest’ultimo aspetto, offre uno spaccato sociale inquietante. Negli ultimi due anni, fra le professioni più utili, nell’immaginario dei ragazzi sono colati a picco gli imprenditori. Le due professioni che appaiono più utili: lo scienziato e il medico. Una divaricazione impressionante, però, si verifica se si mettono a confronto il concetto di utilità e di prestigio. il 57 per cento degli studenti considera la professione del medico “più utile” delle altre, ma quanto a prestigio si scende al 7 per cento. I più “prestigiosi” risultano politici e avvocati – che scendono però a livelli infimi quando ad utilità: politici e (ahimé) giornalisti sono al 3 per cento. Scrive Adriana Valente, che sta anche curando l’edizione del libro: «Possiamo intendere con utilità la considerazione di cui si gode nella società, che rende autorità»; mentre prestigio è considerato «il privilegio dell’appartenenza ad un’élite, che conferisce status e potere». Si tratta, continua la ricercatrice, di una illusione sociale, come insegna “il latino prestigia: illusione, normalmente accompagnata da destrezza, che la determina, proprio come nei giochi di prestigio».
N.T.