Il Foglio 15/10/2005
AA.vv.
De Martino: Occidente e alterità
La constatazione di una sostanziale fragilità della presenza umana e il confronto dell'occidente con l'altro da sé sono i temi sui quali Ernesto De Martino, antropologo e storico delle religioni di fama internazionale, ha costruito tutto il suo pensiero. A quarant'anni dalla sua scomparsa, gli Annali del Dipartimento di Storia dell'Università di Roma Tor Vergata dedicano i loro primo numero alla riflessione del grande studioso, punto di riferimento imprescindibile per quel che concerne l'odierno dibattito sullo storicismo. Il tema della "perdita del sé e del contemporaneo smarrimento della domesticità del mondo" (sul quale si concentra il saggio intitolato "La fine del mondo") s'intreccia con quello della comprensione dell'alterità culturale, che comporta una radicale messa in discussione delle certezze dell'occidente. La "minaccia senza compensazione" sfocia nella fine dell'ordine culturale che lascia l'essere umano privo di ogni difesa di fronte al futuro e l'imprevisto, mentre "i rapidi processi di transizione, le lacerazioni e i vuoti che essi comportano, la perdita di modelli culturali inducono crisi vistose e ripropongo nel modo più drammatico i problemi elementari del rapporto col mondo". Secondo De Martino, carattere fondamentale dell'epoca contemporanea è che "essa vive nell'alternativa che il mondo deve continuare ma che può anche finire; che la vita deve avere un senso ma che può anche perderlo per tutti e per sempre; e che l'uomo, solo l'uomo". In questo quadro, quello stesso smarrimento e quella crisi della presenza, centrali in libri come “Il mondo magico" (1948) sulle culture subalterne del meridione, vedono questa volta protagonista non un "Sud magico" ma l'intero occidente, costretto a ripensare se stesso in un dialogo aperto con l'alterità extraoccidentale. Da qui nasce l'invento di Fabio Dei sulle "Minacce e le promesse del multicuiturallsrno", ripensato a partire dal concetto di "patria culturale" più che da quello di identità. Se, ne sosteneva Claude Lévi‑Strauss, "le ture si fecondano a vicenda e ognuna soffre dell'isolamento e si arricchisce invece nel contatto con le altre", si rende necessario sempre di più, per far fronte ai nazionalismi e integralismi di varia natura, fronteggiare il senso di smarrimento provocato dal venire a contatto con il diverso. Il concetto di patria culturale, tipicamente demartiniano, dunque, si attualizza perché "si riferisce a un livello profondo di appartenenza che non si esaurisce affatto nei contenuti consapevoli di macro-identità come quelle promosse dai nazionalismi", ma attiene alla domesticità del quotidiano, che ancora resta la dimensione più rassicurante, anche per l'uomo moderno.
(Gaia Marotta)