“Ricerche di storia politica”, n. 1, 2009

Anna Balzarro, La storia bambina. «La piccola italiana» e la lettura di genere nel fascismo, Roma, Biblink Editori, 2007, pp. 184.

Alessandra Gissi, Le segrete manovre delle donne, Roma, Biblink Editori, 2006, pp. 158.

 

I volumi di Balzarro e Gissi affrontano due temi abbastanza trascurati dalla storiografia italiana, ma entrambi decisivi per comprendere appieno il ruolo delle donne e dell’istituzione della famiglia nell’ltalia postunitaria e durante il fascismo. Balzarro prende in esame, a partire dal settimanale «La piccola italiana» pubblicato dal 1927 al 1943, i messaggi, i modelli e gli insegnamenti che il regime fascista indirizzava alle fanciulle, nell’ottica sia di garantirsi il consenso delle future donne e madri di famiglia, sia di costruire una particolare identità femminile in sintonia coi valori e gli obiettivi politici del regime. In una prospettiva di più ampio periodo invece, ma con una particolare attenzione agli anni Venti e Trenta, il volume di Alessandra Gissi esamina la figura della levatrice nel lungo percorso di professionalizzazione di questo «mestiere» che, tra gli anni Sessanta dell’Ottocento e la Seconda Guerra Mondiale, si inseri progressivamente negli interstizi tra sfera privata e sfera pubblica.
Da entrambi i lavori emergono con forza la complessità, le sfumature e talvolta le contraddizioni di modelli femminili – quello della «bambina fascista» e quello della levatrice – che molto spesso hanno finito per rimanere schiacciati (e inevitabilmente semplificati) nelle ricostruzioni storiografiche generali dedicate alle donne o alle politiche sanitarie e demografiche durante il Ventennio. Nel caso delle bambine, ad esempio, in contrasto con l’immagine della donna come «angelo del focolare», peraltro sempre presente nelle pagine del settimanale, «La piccola italiana» curava con la massima attenzione anche la loro formazione patriottica, ne sollecitava e organizzava viaggi in giro per l’Italia e ne promuoveva attività extradomestiche che avrebbero dovuto plasmare la futura «brava fascista». Altrettanto complesso e sfaccettato era il ruolo delle levatrici; nonostante la pretesa fascista di un’assistenza sociale nazionalizzata e i provvedimenti atti a creare una figura professionale specializzata, disciplinata e inquadrata in un apposito albo, che avrebbe dovuto agire in sintonia con le politiche pronataliste del regime, continuò a sopravvivere a lungo un modus operandi all’insegna della continuità col passato. Anche durante il Ventennio, infatti, le levatrici continuarono ad occuparsi non solo della gravidanza e del parto, ma anche del controllo delle nascite per mezzo di pratiche abortive e di tutta una serie di funzioni assistenziali e sanitarie legate alla consuetudine e non previste dalle normative fasciste.
Un filo rosso che unisce idealmente i due volumi è dato dal tentativo di inquadrare entrambi questi modelli femminili all’interno della retorica della modernizzazione presente, non senza contraddizioni tra ideologia e pratica, nella propaganda fascista. Gissi dimostra infatti come il fascismo abbia cercato di rompere drasticamente con la vecchia tradizione delle «mammane» istituendo la figura della «nuova ostetrica» scientificamente preparata e, a partire dal 1935, costretta ad iscriversi ad un apposito albo professionale per ottenere l’assegnazione di una condotta. Tale sforzo di modernizzazione, tuttavia, riuscì solo in parte e non solo le «abusive» non furono mai eliminate, ma le stesse pratiche abortive continuarono ad essere effettuate sia dalle «vecchie streghe di campagna» sia dalle ostetriche professioniste. Al tempo stesso, nonostante la propaganda pronatalista del regime, le nuove conoscenze sulla cura dell’infanzia, la scolarizzazione via via più diffusa e l’estensione dei servizi sociali per i bambini e le madri ebbero l’effetto di accrescere il «valore» di ciascun figlio, diminuendo di conseguenza la disponibilità delle donne a creare famiglie numerose. In sostanza, quindi, «le famiglie di piccole dimensioni erano, tacitamente, considerate moderne» (p. 50).
Anche nei modelli, in positivo e in negativo, proposti da «La piccola italiana» emerge il rapporto spesso ambivalente e contraddittorio del fascismo con la «modernità». Da un lato, infatti, il settimanale stigmatizzava la «ragazza moderna» in abiti vistosi e imbellettata, sedotta dalla vita cittadina e dai divi del cinema, dall’altro, però, non tralasciava di celebrare il fascino del «moderno» rappresentato dai nuovi mezzi di comunicazione ed esaltava le virtù positive della «ragazzina moderna», ovvero dinamica, intelligente, sveglia e generosa. All’immagine tradizionale della femminilità, ancorata a valori quali la modestia, l’altruismo, lo spirito di sacrificio e le virtù domestiche, il settimanale fondato da Angelo Tortoreto, che dal 1941 divenne organo ufficiale della Gioventù Italiana del Littorio, affiancava infatti la rappresentazione di bambine e ragazzine attive, informate, devote al duce e pronte a mobilitarsi e sacrificarsi per la patria. L’esaltazione dei sentimenti materni e la mitizzazione della maternità si combinarono sempre, infatti, all’educazione politico-patriottica e all’indottrinamento fascista delle bambine, in un’azione che tentava di canalizzare a scopi politici le tradizionali virtù femminili.
Oltre a mettere in luce i confini spesso estremamente labili tra sfera pubblica e sfera privata, tanto più sfumati nel contesto di un regime che pretendeva di integrare totalmente gli interessi individuali con quelli della nazione, i volumi di Gissi e Balzarro offrono un’interessante esemplificazione delle complessità e delle ambivalenze che furono alla base del rapporto fascismo-donne-famiglia-politiche demografiche. Un rapporto nel quale la continuità col passato conviveva con l’immagine di «modernità» che il fascismo accreditava di sé, nel quale non sempre i modelli propagandati coincidevano con le esperienze della vita vissuta e dove, nonostante gli assidui sforzi per creare la «perfetta piccola italiana» fascista e per regolamentare l’assistenza alla maternità e all’infanzia, restava tutto un mondo, quello delle «segrete manovre delle donne», inaccessibile anche ai più ferrei controlli.

Giulia Guazzaloca

 

“Quaderni di storia contemporanea”, n. 45, 2009

 

Anna Balzarro
La storia bambina. “La piccola italiana” e la lettura di genere nel fascismo
Biblink editori, 2007; pagg. 184, Euro 19,00

 

Il settimanale “di guida e coltura” per fanciulle La piccola italiana, che uscì regolarmente tra il 1927 e il 25luglio 1943 e che si proponeva di formare ed educare le ragazzine ai valori di “Dio, Patria, Famiglia e Lavoro”, è assunto in questo libro, da Anna Balzarro (che vi rielabora la propria tesi di dottorato) come osservatorio privilegiato sull’educazione femminile durante il ventennio. Nonostante le numerose e ricche ricerche sul regime fascista, infatti, come sottolinea la stessa autrice, sono molto rari gli studi espressamente dedicati alla vita delle bambine nel ventennio e all’organizzazione del loro consenso alla politica del regime: per questo la rivista qui esaminata si rivela fonte preziosissima per lo studio dei rapporti tra fascismo e bambine, delle modalità con cui il regime lavorava per creare il consenso delle future donne, delle immagini e dei modelli usati per costruire un’identità di genere. La rivista, che nel 1941 diventa il settimanale ufficiale della Gioventù italiana del littorio, si pone come obiettivo primario la formazione politico-patriottica, religiosa e morale delle bambine ma si occupa anche di preparazione scolastica e domestica: la sua fortuna di pubblico è infatti strettamente legata al mondo della scuola, non solo perché molte collaboratrici, e lo stesso primo direttore e fondatore, Angelo Tortoreto, sono maestri, ma anche perché spesso le insegnanti usano il periodico come strumento didattico, con cui integrare i manuali di testo, dal momento che la rivista offre materiali e consigli utili, ad esempio, per la preparazione all’esame di ammissione alla scuola media. Accanto a significative rubriche per l’educazione ai lavori domestici (Donnine di casa, ad esempio, dedicata al cucito – promosso con la gara dei corredini per le bambole – al lavoro a maglia, ai consigli pratici per cucinare, tenere ordinata la casa o badare a un bambino), altre rubriche fisse sono dedicate alla grammatica, alle scienze, alla storia, alla geografia e alle poesie, attraverso delle domande di cui si forniscono le risposte nel numero successivo del settimanale. E l’impostazione didattica è, ovviamente, quella fascista: la storia, cui il periodico dedica ampio spazio, è ad esempio, quella riassuntiva e aneddotica che fa fuoco soprattutto su due momenti forti della memoria collettiva, il Risorgimento e la Prima guerra mondiale, enfatizzati ogni volta che è possibile celebrarne ricorrenze e anniversari. Al centro della narrazione storica ci sono i cosiddetti “medaglioni” di illustri personaggi, soprattutto risorgimentali, che vengono presentati e letti come, in qualche modo, precursori del fascismo. Ma non manca, visto il pubblico cui la rivista si rivolge, la presenza di figure femminili con cui le giovani lettrici possano identificarsi o che possano assumere come modelli cui ispirare la loro condotta: si tratta di donne che hanno servito la causa patriottica combattendo con coraggio o usando le armi dell’astuzia e dell’intelligenza; tra esse, ad esempio, Anita Garibaldi, alla cui memoria negli anni Trenta era stato dedicato un monumento al Gianicolo, ma anche Bianca Milesi che, non potendo militare in prima persona con i volontari italiani, riuscì comunque a sostenere la causa risorgimentale trasmettendo nelle sue lettere messaggi politici con un sistema originale da lei escogitato che le permetteva di sfuggire alla censura postale. Numerose, naturalmente, le figure delle madri dei grandi uomini, da quella di Mazzini e di Nazario Sauro a Margherita di Savoia e, ovviamente, a Rosa Maltoni, la madre del Duce) coerentemente con la concezione fascista per cui la massima realizzazione della donna, cui le Piccole Italiane devono tendere, avviene a pieno solo nella dimensione materna. Ma lo sguardo dei redattori non è rivolto solo al passato e la rivista è sempre in prima linea in tutti i passaggi più rilevanti della vita del regime: viene dato ampio spazio, soprattutto, agli eventi militari, dalla campagna di Etiopia (nel periodo della guerra in Etiopia, vengono fatte stampare centomila cartoline della “Madonnina d’oltremare” da spedire ai soldati italiani, “i prodi legionari”) all’entrata in guerra dell’Italia neI 1940, ma trovano collocazione in queste pagine anche il mito delle origini, la battaglia del grano, la bonifica delle paludi pontine, la costruzione di nuove città e la politica assistenziale del regime. L’analisi condotta da Anna Balzarro non solo sulle vicende complessive del settimanale e sui messaggi più esplicitamente politici e patriottici, ma anche sui modelli – positivi e negativi – tesi a incidere sulla costruzione dell’identità delle bambine e sul loro futuro di donne, si rivela molto interessante, così come interessanti sono anche le conclusioni, in cui si sottolinea come non sia certo un caso che molti autori che hanno lavorato alla realizzazione di questa rivista, in primis il fondatore, e la sua più stretta collaboratrice, Maria Tulli Sacchi, abbiano poi continuato a pubblicare libri per ragazzi e per insegnanti fino agli anni Cinquanta e Sessanta, muovendosi all’interno della cultura cattolica Alcuni nuclei forti della formazione femminile, infatti, sono arrivati al fascismo attraverso la cultura cattolica e, sempre attraverso questa, dopo la fine del regime, sono passati pressoché intatti nell’Italia del dopoguerra; e bisognerà aspettare la pubblicazione di Dalla parte delle bambine, di Elena Gianini Belotti, nel 1973, perché si diffonda la consapevolezza di tutti questi condizionamenti e modelli e dell’importanza di intervenire fin dai primi anni di vita delle bambine per riuscire a cambiare la percezione che le donne hanno di sé.

Graziella Gaballo