La Repubblica”, 27 giugno 2006

 

QUANDO LE DONNE LOTTAVANO PER IL VOTO

 

 

Sessant’anni fa la democrazia fece un passo avanti quando, il 2giugno del 1946, le donne italiane votarono per la prima volta sia per il referendum che per la formazione dell’Assemblea costituente. Quel giorno andarono alle urne in dodici milioni, con lo slancio e la trepidazione di chi si trova per la prima volta di fronte a un diritto costato lotte e sacrifici. Soddisfatte, ma in gran parte ignare di quanto lungo fosse stato il cammino per ottenere quel semplice riconoscimento civile: dalla seconda metà dell’Ottocento fino ai governi Sturzo e Giolitti al Novecento del ventennio fascista e al dopoguerra. Battaglie spesso d’avanguardia, condotte in piazza o nel chiuso dei congressi del primo femminismo emancipazionista, ma anche azioni avanzate e «provocatorie» di gruppi organizzati promosse nei tribunali per rivendicare il diritto a iscriversi nelle liste elettorali.
Quasi un secolo, trascorso tra pause e accelerazioni, che racconta come, a frenare il diritto delle donne al voto, mai formalmente negato dalle leggi, sia sempre stato il pregiudizio. Il timore che il solo deporre la scheda nell’urna potesse portare «disordine negli equilibri famigliari e sociali» è ampiamente provato dai resoconti parlamentari dell’epoca; mentre il sospetto «politico» che le donne potessero influenzare in senso conservatore l’esito elettorale andò avanti, in modo trasversale, almeno fino al 1944.
Un percorso rimasto troppo a lungo in penombra e in gran parte sconosciuto. E che oggi, finalmente, riaffiora in un libro Donne alle urne, la conquista del voto, documenti 1864-1946 (Biblink editori, euro 17) curato dalla storica Marina D’Amelia e promosso dall’Università La Sapienza di Roma in margine al convegno «Da elettrici a elette. Dal diritto di voto alla cittadinanza» che si terrà da oggi nell’aula magna del rettorato.
Due giorni di interventi, filmati e conferenze su un pezzo di storia recente e sul dibattito culturale attorno al pensiero femminista dell’epoca sul quale si sono accesi i riflettori in occasione del sessantesimo anniversario della Costituente. D’Amelia ha raccolto documenti ufficiali: discorsi, articoli di giornale, petizioni, inchieste e sentenze e li ha collegati fra loro fornendo un prezioso strumento di analisi.
Si va dalla critica che Anna Maria Mozzoni, figura carismatica del suffragismo, rivolse alle leggi unitarie del 1864 fino all’ultima mobilitazione femminile dell’autunno del ’44, alla vigilia del decreto Bonomi che mandò le donne alle urne. Al centro, le lotte femminili per le riforme elettorali del 1882 e del 1912: tempi di speranza per le donne che promossero petizioni parlamentari e azioni dimostrative di stampo moderno e quasi mediatico.
Basti pensare alle campagne lanciate dai Comitati pro suffragio nel 1905 e 1906 quando, insieme con i convegni organizzati in numerose città d’Italia, prese vita, sottolinea Marina D’Amelia nella prefazione, «un fertilissimo laboratorio di fantasia politica e di strategie comunicative, all’insegna dell’evoluzione e degli strumenti di propaganda».
Almeno finché quegli stessi comitati, sorti sull’onda dell’utopia, finirono per immiserirsi, fra critiche e polemiche, in sterili conflitti fra femminismo proletario e femminismo borghese.
Molti i documenti poco conosciuti che l’antologia ha il merito di resuscitare e integrare alla luce delle contraddizioni di un secolo, tra spinte per la ricostruzione etico politica del paese e resistenze culturali non sempre solo maschili. Con la premessa, già evidenziata nel 1880 dalla redazione della commissione per la Riforma elettorale, redatta da Giuseppe Zanardelli, che «nulla osta all’estensione del voto alle donne». Se non la diffidenza, il sarcasmo e il pregiudizio.
Due anni dopo, nel 1882, venne approvata una norma che legava la possibilità del voto all’istruzione primaria; ma, nel 1912, il suffragio universale veniva concesso solo agli uomini, analfabeti compresi, mentre continuava a essere negato alle donne, anche se coltissime.
I documenti sono ordinati in sezioni; ricca quella che riguarda il dibattito legislativo e quella dedicata ai Comitati pro suffragio, quando nel 1905 le donne dettero il via a pressioni sul Parlamento. In quel periodo furono moltissime le iniziative promosse in tutta Italia, dal nord al sud alle isole. E ovunque si moltiplicarono gli appelli rivolti alle donne perché si iscrivessero nelle liste elettorali, una protesta di bandiera, in quanto la legge nulla diceva in proposito.
Un paradosso che emerge con la forza della concretezza attraverso la sentenza dell’allora presidente della Corte d’appello di Ancona, Ludovico Mortara che, unica, si espresse in senso favorevole all’iscrizione delle donne nelle liste, proprio perché, rileva il magistrato, non c’erano norme specifiche a vietarlo.
Battaglie, contraddizioni, contrasti e tante voci che insieme ricompongono uno scenario di ieri. E che oggi, al tempo del dibattito sul diritto delle donne alla rappresentanza, è più che mai attuale.

 

Silvana Marotta