LeggereDonna, bimestrale di informazione culturale
nuova serie, n. 132, gennaio-febbraio 2008


Giulia Galeotti
, Storia del voto alle donne in Italia, Biblink, Roma, 2006, pp. 307

«Gli uomini votarono per Nettuno, le donne per Minerva e per la maggioranza di un voto femmnile, prevalse la seconda provocando l’ira di Nettuno che devastò la pianura con i flutti del mare. Per placarne il furore gli Ateniesi inflissero alle donne una triplice punizione, privandole del diritto di voto, di trasmettere il loro nome ai nascituri e di essere chiamate Ateniesi». Con questa raffinata citazione dalla Città di Dio di Agostino, inizia il bel libro in cui Giulia Galeotti, giovane ricercatrice dell’Università di Roma, racconta più di mezzo secolo di vicissitudini che portarono le donne italiane alla conquista del voto.
La brillantezza dello stile, vivace ma misurato, con cui vengono esposti argomenti impegnativi, altre volte trattati con minore levità, è ciò che subito colpisce in questo che è, comunque, un libro di storia, frutto di accurate ricerche e scientificamente documentato.
La prima parte del volume descrive il periodo iniziale delle lotte per la conquista del voto, dalla fine dell’ottocento alle origini del fascismo: il suffragismo, le prime associazioni femminili, che si svilupparono prevalentemente a Roma e Milano, ad opera di donne del livello di Anna Maria Mozzoni e di Anna Kuliscioff e le battaglie per ottenere accanto ai diritti politici quelli civili, quali la parità salariale, l’accesso alle professioni, i sussidi per la maternità.
Con acutezza l’autrice esamina poi la lunga lista dei pregiudizi maschili, partendo dall’alibi della specificità femminile in nome della quale «a tutela delle tipiche virtù della donna» si riteneva opportuno escluderla dalla sfera pubblica, seguito poi dalla paura dell’astensionismo e dell’influenzabilità che le avrebbe rese succubi di mariti e confessori (tesi sostenuta dallo stesso Turati, socialista ma maschio, in una nota querelle con la compagna Anna Kuliscioff).
Il fascismo segnò una lunga pausa nell’attenzione al tema del voto, negato salomonicamente per un ventennio a entrambi i sessi. Fu un intervallo che, oltre alle ben note gravissime conseguenze per il nostro paese in politica estera e interna, ebbe anche quella di staccare le italiane dal processo di graduale inserimento nella vita pubblica che interessò in quegli anni le donne dei paesi democratici.
Nella seconda parte del libro, la più ampia e originale, Giulia descrive poi le condizioni in cui operarono le italiane nella Resistenza, nell’immediato dopoguerra e nel 1946, quando ottennero insieme il suffragio politico e amministrativo, con diritto di voto attivo e passivo. Su quest’ultimo punto l’autrice si sofferma con particolare attenzione, sostenendo che nelle nazioni in cui il suffragio venne introdotto iniziando da alcune categorie di donne, più acculturate e che pagavano le tasse (come del resto avveniva per gli uomini) e concedendo in genere prima solo quello attivo e/o amministrativo, il loro inserimento fu in complesso tranquillo e ben accetto, poiché c’era stato nella opinione pubblica maggior tempo per abituarsi all’idea.
In Italia invece, a suo parere, il fatto che le donne ottenessero il voto senza nessuna gradualità favorì il protrarsi nel tempo degli antichi pregiudizi, che nel nostro paese sono ancora assai diffusi, primo fra tutti quello che le donne in politica sono portavoce solo degli interessi del proprio sesso. Non a caso ancora oggi alle poche donne ministro vengono in genere assegnati dicasteri legati all’ambito educativo-assistenziale considerato il più consono alla “natura” femminile.
La partecipazione delle donne alla vita politica e in alcuni casi anche alla lotta armata, nel decisivo biennio 1945-6, culminò nella ormai improrogabile decisione del decreto Bonomi che concedeva loro il diritto di voto.
La elezioni amministrative della primavera del ’46, seguite da quelle del 2 giugno videro una massiccia partecipazione femminile ma un esiguo drappello di elette. Tuttora, del resto, l’Italia è agli ultimi posti in Europa per la presenza di donne in parlamento; ci sarebbe quindi da domandarci perché noi diamo così poca fiducia alle rappresentanti del nostro sesso.
Le pagine che descrivono l’ingresso di queste donne a Montecitorio sono le più gustose del libro: Giulia le cita quasi tutte e di ognuna ci regala un piccolo ritratto poiché «meritano di diventare memoria collettiva».
Attingendo non solo a documenti ufficiali, ma anche a giornali, periodici, corrispondenze dell’epoca, l’autrice riesce a ricreare l’atmosfera dei primi comizi del dopoguerra, le emozioni del voto, il primo giorno delle neo elette in Parlamento, persino gli abiti scelti da alcune di loro per questa importante “iniziazione”.
Un’accurata ricostruzione sociologica, non solo storica, alleggerisce infatti molte parti di questo lavoro, preciso e approfondito che ha già ricevuto numerosi riconoscimenti tra cui ultimamente il premio Amelia Rosselli per l’editoria laziale.
La Biblink che ha pubblicato il volume, con il contributo dell’Università degli Studi di Roma, è una casa editrice on line, che permette di fruire dei testi nella forma virtuale, ma anche di riceverli nella veste tradizionale su carta, metodo assai indicato per distribuire saggi e strumenti di ricerca.

Silvia Mori

 

 

SISSCO, Il mestiere di storico
Annale VIII/2007

 

Giulia Galeotti, Storia del voto alle donne in Italia,Roma, Biblink, 317 pp.,  € 24,00

Il libro affronta il tema del suffragio femminile in Italia attraversando due fasi: gli anni che vanno dall’Unità al fascismo e il biennio 1945-1946. Pur affermando che il percorso delle donne italiane verso la conquista dei diritti politici si presenta sostanzialmente univoco a quello compiuto in tutto l’Occidente, l’autrice fin dall’introduzione avanza nello stesso tempo l’ipotesi che esista una differenza tra i paesi che hanno ammesso gradualmente le donne al voto (ad esempio riconoscendo prima il diritto al voto amministrativo) e quelli dove invece esso è stato concesso tardi e tutto in una volta.
Quest’ultimo com’è noto è il caso dell’Italia. La mancanza di gradualità avrebbe ostacolato, nel nostro paese, la formazione di una classe politica «in cui agli uomini si affiancassero le donne, allargata progressivamente fino a comprendere tutti e due» (p. 304). Il volume nella prima parte ripercorre le vicende della battaglia per il voto alle donne nell’Italia liberale, tematizzando, di seguito, i tentativi, mal riusciti, di concedere il voto amministrativo; il dibattito interno ai movimenti emancipazionisti e suffragisti e gli argomenti che stavano alla base della richiesta del voto; le «risposte degli uomini», di quelli (molti) contrari e dei pochi favorevoli. Nella seconda parte vengono illustrate testimonianze di donne che hanno partecipato alla Resistenza e ai Gruppi di difesa della donna, la rinascita della campagna per il suffragio femminile e l’approdo della questione in sede di governo, fino al decreto legislativo che introduce per le italiane il diritto di voto. Ci si sofferma sull’esclusione stabilita per le prostitute che esercitavano fuori dai locali autorizzati, ricollegandola al tema, di molto risalente, delle qualità richieste alle donne per meritarsi il voto; tra queste la prima era la maternità, categoria dalle quale, si dice, «le prostitute andavano escluse». Per completare la pienezza della cittadinanza mancava tuttavia la definizione del diritto elettorale passivo, che avviene infatti con tredici mesi di ritardo rispetto al primo decreto. I preparativi e la mobilitazione per le elezioni amministrative del 1946, la campagna elettorale per le elezioni dell’Assemblea costituente e un esame dei risultati completano la trattazione, che intreccia dati elettorali, brevi quadri biografici delle elette, testimonianze e citazioni, ai fini di ricostruire il clima che complessivamente caratterizza l’entrata delle italiane nella politica. Nelle brevi conclusioni si accenna al problema delle quote rosa, introdotte nel 1993 nelle liste per la quota proporzionale.
L’intreccio tra la ricostruzione storica degli eventi e i problemi «teorici» inevitabilmente sollevati da questo tema appare spesso confuso; si fa sentire inoltre la mancanza di un bilancio sulla letteratura esistente, che poteva forse aiutare nell’elaborare le pur interessanti suggestioni proposte da questo volume.

Mariapia Bigaran

 

 

Tuttolibri – La Stampa, sabato 31 marzo 2007

 

Il voto alle donne. La lunga storia di un diritto che si dà per scontato

IL ROSSETTO CONQUISTÒ LA SCHEDA
                                                          

 

La compilazione oggi di un elenco aggiornato dei diritti dell’uomo e della donna metterebbe in luce l’immensa eredità che ci è stata trasmessa dalle generazioni che ci hanno preceduto. Il fatto è che ai beni dell’eguaglianza, del diritto al lavoro, alla salute, alla libertà di opinione, di culto, di movimento, di dignità, così come all’accesso a tanti altri beni della stessa natura, tra il 1945 e il 1946, si è aggiunto in Italia il diritto elettorale attivo e passivo anche per le donne. Un grande patrimonio di cui anche il nostro Paese si è arricchito e che oggi, a sessant’anni di distanza, consideriamo come dato e acquisito. La stessa cosa succede con tanti altri beni consegnatici dal passato e ritenuti irrinunciabili. Presi come siamo a rincorrere nuove mete e inseguire traguardi considerati più attuali, finisce così che non pensiamo a tutelare quello che abbiamo ricevuto in dono dandolo per scontato come nostro. Ma chi ci garantisce che lo avremo per sempre? L’indifferenza, la sufficienza e il distacco rivelati dalle percentuali crescenti di astensione al voto e di assenza ai seggi nelle consultazioni degli ultimi anni sono lì a metterci in allarme.
A ricordarci come questa modesta o umile manifestazione di cittadinanza anche femminile, poter votare, sia un bene prezioso e sia stato oggetto di una conquista faticosa, ecco il bel libro di Giulia Galeotti Storia del voto alle donne in Italia. Opportunamente ricordato dall’autrice, il mito arcaico, secondo il quale il diritto di voto delle donne sarebbe un diritto riconosciuto fin dall’origine dell’umanità, ma perduto per lo sgarbo fatto ai loro contemporanei maschi battezzando la città di Atene con un nome femminile, sta a confermare la tesi secondo la quale i miti sono racconti abbelliti e costruiti per coprire le ragioni della violenza fondativa della nostra cultura a cui si cerca di porre rimedio. Il riconoscimento del voto alle donne, togliendole dallo stato di recluse e di assenti, ne è pertanto una delle manifestazioni.
Molti gli ostacoli da superare per ammettere che maternità e politica non sono in opposizione o per respingere forme di carità pelosa e adulazione da parte degli uomini che si dicevano contrari al voto delle donne per salvarne la dolcezza. Primo fra tutti gli ostacoli, l’idea di concedere il voto in nome della specificità femminile e non della cittadinanza e dell’eguaglianza, a cui hanno fatto seguito calcoli quantitativi, come quello per cui per ogni donna che veniva inserita nelle liste elettorali c’era un uomo che veniva escluso, o il timore che la partecipazione politica delle donne intaccasse l’unità familiare, o snaturasse la fisionomia politica del Paese. E poi la paura dell’astensionismo, dell’intluenzabilità, del conservatorismo, della presunta apatia femminile e il sospetto che le donne si limitassero a far da portavoce degli interessi del loro sesso. Senza contare la lunga sospensione temporale di attenzione al tema, la parentesi italiana dovuta agli anni del fascismo. Se non altro, superato lo scontro tra interventiste e neutraliste, la prima guerra mondiale e soprattutto la seconda, seguita dalla Resistenza e dalla larga partecipazione femminile alla lotta per rifondare il Paese, possono essere considerate alla stregua di fenomeni che hanno sveltito l’accoglimento di un diritto già riconosciuto in altri Paesi europei.
Scritto benissimo, in uno stile vivo, cortese e misurato, e attingendo da una quantità di fonti, tra cui giornali, periodici e molta narrativa dell’epoca, il testo della Galeotti fornisce al lettore particolari di grande interesse e credibilità, sparsi tra le pagine che descrivono l’atmosfera rarefatta dei comizi femminili, le emozioni del voto, l’imbarazzo di fronte alla novità delle cabine, l’incertezza per l’abbigliamento adatto a presentarsi al seggio, nonché i problemi connessi al pericolo di annullare le scheda con eventuali tracce di rossetto. Quando la petite histoire incontra la grande histoire.

 

ODDONE CAMERANA

 

 

 

Il Foglio, sabato 4 novembre 2006

 

 

Giulia Galeotti

STORIA DEL VOTO ALLE DONNE IN ITALIA
Biblink, 306 pp., euro 24

 

In epoca di “quote rosa” e di supposta parità dei diritti tra uomini e donne, il capitolo che ha visto protagoniste indiscusse le cosiddette suffragette sembra assai lontano. Eppure a uno sguardo più attento ci si rende conto di quanto non lo sia. Ed è anzi proprio l’attualissimo dibattito sulle “quote rosa” che invita alla riflessione. L’autrice Giulia Galeotti ha tracciato nelle pagine del suo saggio “Storia del voto alle donne in Italia” una vicenda fatta di lotta e sofferenza, di ottusa ostinazione e caparbia determinazione “che ha condotto le donne italiane da soggetti esclusi dall’agorà a cittadine”. E’ in questa chiave di lettura prospettica – le battaglie del passato come paradigma di quelle in corso o future – che la Galeotti ha voluto collocare la ricostruzione storica di chi in passato ha invocato nuovi diritti e di chi ad esse ha cercato di opporsi. “Uguali” – infatti – “sono stati i protagonisti della vicenda, uguali i momenti di passaggio dal voto amministrativo a quello politico, uguali le influenze, uguali le argomentazioni addotte dai favorevoli e dai contrari, così come uguali i movimenti organizzativi e le discriminazioni positive o negative, uguali gli atteggiamenti maschili e l’uso strumentale del problema”. D’altra parte la questione del voto alle donne non riguardava solo l’ambito politico, ma in qualche modo aveva a che fare con una mentalità radicata nei secoli che vedeva la contrapposizione tra uomo/pubblico e donna/privato. Il fatto stesso di essere donne, si diceva, e quindi potenzialmente anche madri, avrebbe portato nell’agorà una sensibilità e prospettive del tutto nuove rispetto a quelle maschili. In qualche modo questo modo di affrontare la questione permetteva di attutire la paura di sconvolgimento del tradizionale assetto dei ruoli a cui gli uomini erano legati. Questa sorta di ghettizzazione delle donne rese rappresentanti solo delle appartenenti al loro stesso sesso e non di un partito o schieramento politico rappresentò un escamotage iniziale che diede un’accelerazione – solo apparente si scoprirà – al processo di parificazione per poi rallentare di quasi un secolo la possibilità di affrancarsi dallo stereotipo storico secondo il quale le donne rappresentavano solo le donne, mentre gli uomini rappresentano tutti. Laddove invece il percorso fu più graduale, dove cioè l’estensione del suffragio si realizzò prima a livello locale e poi centrale oppure concedendo il voto prima a poche (per censo, per meriti) e solo in seguito a tutte, l’evoluzione politica delle donne si manifestò in modo fisiologico come espressione degli interessi della collettività. Suddiviso in due parti, il lavoro ripercorre il lungo e faticoso percorso di emancipazione femminile italiana dall’Unità al fascismo e poi dalla Resistenza all’Assemblea costituente, sottolineando la differenza sostanziale tra voto amministrativo e voto politico, considerato quest’ultimo veramente “incompatibile con la natura muliebre votata alla casa e alla famiglia”. Sarà solo la partecipazione femminile alla lotta partigiana a dare la spinta per l’attuazione del decreto Bonomi che decise il voto alle donne. (Gaia Marotta)

 

 

Corriere della Sera, 24 ottobre 2006

 

Società. Una nuova spiegazione della scarsa presenza femminile nel Parlamento
Politica, non è il maschilismo a frenare le italiane


Alle origini del disimpegno: le conquiste furono troppo improvvise

 

Siamo abituati a pensare che se le donne sono assai poco presenti nel Parlamento italiano, ciò avvenga anzitutto a causa delle resistenze e dei pregiudizi maschili. Pur senza negare il peso delle une e degli altri è chiaro che si tratta di una spiegazione insufficiente, visto che da 60 anni le donne, esercitando il diritto di voto, condividono con gli uomini la responsabilità di inviare alle Camere un’esigua rappresentanza femminile. Ora il libro di una giovane ricercatrice Giulia Galeotti (Storia del voto alle donne in Italia,Biblink editori, pp. 318, € 24), ricostruendo la storia delle battaglie che hanno portato al suffragio femminile fornisce una spiegazione piuttosto originale di questo fenomeno.
Ad ostacolare la presenza in politica delle donne italiane, osserva l’autrice, sono state in fondo le modalità stesse con cui il voto venne concesso, cioè tutto in una volta nel 1946.In molti altri Paesi l’estensione del suffragio aveva rappresentato un processo graduale: sia perché il voto politico era stato concesso dapprima a un numero limitato di donne e solo successivamente (spesso dopo molti anni) a tutte; sia perché il voto amministrativo era stato introdotto anteriormente al voto politico In casi del genere perciò l’insieme della società aveva avuto tempo e modo di abituarsi gradualmente alla presenza in politica delle donne sia come elettrici che come elette (un diritto quello all’elettorato passivo che venne generalmente ottenuto dopo l’elettorato attivo). La Galeotti fornisce una serie numerosa di esempi di questo processo di graduale estensione del diritto di voto, a cominciare dal fenomeno per cui, nelle elezioni locali, il voto alle donne inizialmente veniva limitato non solo in / relazione al censo (cioè alle imposte pagate), ma anche allo stato civile. Nel senso che le donne nubili o vedove votavano e quelle sposate no; questo ad esempio è ciò che disponeva una legge del 1869 in Inghilterra dove le coniugate avrebbero ottenuto un analogo diritto solo 25 anni dopo. Questa apparentemente curiosissima distinzione aveva una sua ragion d’essere nel fatto che il diritto di voto si fondava sulla proprietà; perciò le donne sposate, essendo soggette alla tutela maritale (e dunque trovandosi ad essere giuridicamente rappresentate dal coniuge) potevano venire private di un diritto concesso invece alle nubili.
Proprio il fatto che il diritto di voto venisse concesso in molti Paesi (ma non in Italia) per tappe successive e attraverso un processo lungo permise appunto di attutire i contraccolpi di una novità che appariva, agli uomini ma anche a molte donne, sconvolgente. Il libro fornisce un ricco inventario di pregiudizi e paure legate alla presenza femminile in politica: dall’idea che fosse sommamente sconveniente una presenza di uomini e donne nello stesso seggio elettorale (vi fu perfino chi propose di separare i luoghi della votazione per sesso) al timore che la presenza delle donne in Parlamento facesse tutt’uno con il crollo dei vincoli sociali e dei valori morali tradizionali.
In Italia, dunque, il fatto stesso che le donne ottenessero, senza nessuna gradualità, il voto sia politico sia amministrativo doveva contribuire invece a rendere più difficile il superamento degli antichi pregiudizi ostili. Ovviamente, nel 1946, non sarebbe stato neppure pensabile concedere il voto altrimenti che a tutte le donne simultaneamente; ma, appunto, questo fatto produsse, in una società come quella italiana, conseguenze che si fanno sentire ancor oggi.
Conseguenze riassumibili nell’idea che, mentre gli uomini in Parlamento rappresentano tutti i cittadini, le donne invece «sono ancora percepite come portavoce del loro sesso, piuttosto che come espressione degli interessi generali quali sono rappresentati dai rispettivi partiti politici». Insomma, nel nostro immaginario collettivo le donne rappresentano soprattutto le donne. Un’idea ben testimoniata dal fatto che generalmente sono ministeri di ambito sociale-familiare-educativo quelli assegnati a donne: dalla prima donna ministro Tina Anselmi, incaricata del Lavoro e della Previdenza sociale nel 1976, fino alle titolari di dicasteri nel governo attuale. Le eccezioni alla regola non scritta che prevede per le donne incarichi politici che la nostra cultura percepisce come femminili sono pochissime: la Galeotti cita Nilde Iotti presidente della Camera dei deputati, Susanna Agnelli agli Esteri, Rosa Russo Iervolino all’Interno. Ma andrebbero almeno aggiunte Irene Pivetti, che dal 1994 al 1996 fu il più giovane presidente della Camera, ed Emma Bonino nel governo attuale.
L’interpretazione fornita dalla Galeotti, soprattutto se non la consideriamo come una spiegazione esclusiva, appare nel complesso convincente. In ogni caso, ha il merito di cercare di superare le spiegazioni un po’ ovvie che evocano il tradizionale maschilismo delle società mediterranee e che oggi, davvero, possono spiegare ben poco. Basti ricordare che l’attuale governo spagnolo è composto per metà da donne e che la Turchia ha avuto per la prima volta a capo del governo una donna, Tansu Ciller, ormai tredici anni fa.

 

Giovanni Belardelli

 

 

 

 

Corriere della Sera, 26 ottobre 2006

 

Donne e voto
Separati al seggio. Cambierò la legge

 

di Giuliano Amato

 

Caro Direttore,
ho letto con grande interesse l’articolo-recensione che Giovanni Belardelli ha dedicato sul Corriere di martedì 24 ottobre al libro di Giulia Galeotti «Storia del voto alle donne in Italia». È un articolo bello e limpido, ma l’interesse, ovviamente, nasce in primo luogo dal libro e dalla sua tesi centrale.
In altri paesi – sostiene la Galeotti – il voto alle donne fu parte di un processo graduale, che accompagnò la loro progressiva uscita dalle mura domestiche, mentre da noi arrivò invece in modo subitaneo e per ciò stesso «sconvolgente». Se ancora oggi nella stessa vita pubblica si assegnano alle donne i ruoli più vicini a quello atavico di madre e di educatrice dei figli, lo si deve alla difficoltà con cui la novità, così rapida, è stata digerita dal Paese. Scrive giustamente Belardelli che la tesi, se non la si prende come spiegazione unica, è persuasiva ed è convalidata proprio dal perdurare, neppure sotterraneo, di diffidenze e resistenze verso l’accesso femminile a ruoli e posizioni che si continua a ritenere maschili. Una rimanenza di questo passato, di cui non so se Belardelli e la stessa autrice sono consapevoli, riguarda un profilo che io ho sott’occhio in questo giorni e che, a quanto capisco dall’articolo, essi sembrano ritenere esaurito nello stesso passato. Fra i pregiudizi e le paure legate un secolo fa alla presenza femminile in politica viene citata l’idea che «fosse estremamente sconveniente una presenza di uomini e donne nello stesso seggio elettorale (vi fu persino chi propose di separare i luoghi della votazione per sesso)». Ebbene quell’idea è ancora viva e informa ancora oggi la nostra legislazione elettorale. L’art. 42 del testo unico del 1957 sulle elezioni per la Camera dei Deputati, un articolo modificato più volte nel corso degli anni (l’ultima volta nel 2005), continua ciò nondimeno a recitare nel suo comma uno: «La sala delle elezioni deve avere una sola porta d’ingresso aperta al pubblico, salva la possibilità di assicurare un accesso separato alle donne».
In cinquant’anni abbiamo pensato a regolare con minuzia la posizione del tavolo con l’urna sopra rispetto ai rappresentanti di lista (in modo che «possano girarvi intorno, allorché sia stata chiusa la votazione»). Abbiamo altresì giustamente pensato a destinare una cabina ai portatori di handicap. Ma non abbiamo mai pensato a rimuovere quel comma uno.
Mi accingo a farlo io, prima, fra l’altro, che i rappresentanti di altre culture che ora convivono in Italia con la nostra, ne traggano spunto per considerarci partecipi delle stesse arretratezze che imputiamo loro e per chiederci di non infastidirli nella loro inaccettabile lettura dei loro testi sacri. E già che ci sono, ne approfitto per togliere anche un’altra rimanenza, che spero davvero di poter considerare tale: è l’art. 38 del testo unico del 1960 sulle elezioni comunali, a norma del quale gli elettori non possono entrare nella sala delle elezioni «muniti di bastone».


Giuliano Amato