“Italia contemporanea”, n. 247, 2007

Alessandra Gissi, Le segrete manovre delle donne. Levatrici in Italia dall’unità al fascismo, Roma, Biblink, 2006, 157 pp.

 

«Nella sezione trasversale di qualunque presente sono incrostati anche molti passati, di diverso spessore temporale»: la citazione, tratta dalla Storia notturna di Carlo Ginzburg, chiude il libro di Alessandra Gissi, dedicato ai “molti passati”, alle diverse e complesse esperienze delle levatrici italiane e al loro importante ruolo di mediazione sociale nell’Italia postunitaria. Un ruolo che, fino a tempi recenti, collocava le levatrici al centro di una fitta trama di rapporti intessuti intorno alla sfera della riproduzione. Tuttavia, benché “dotata di un particolare e sottile fascino, accompagnata da misteriose suggestioni, circondata da un’aura di sacralità per il suo essere protagonista dello straordinario evento della nascita” (p. 9) la figura della levatrice è stata frequentata in modo discontinuo dalla storiografia, soprattutto per quanto riguarda il Novecento. Gissi porta il fuoco della propria ricerca proprio sul periodo tra l’unità e la fine degli anni Trenta, nel corso del quale il mestiere di ostetrica fu oggetto di ripetuti interventi normativi e coloro che lo esercitavano furono sottoposte a un attento e insistito controllo da parte delle autorità pubbliche. Nelle levatrici, poste nella condizione “di agire tanto nella sfera privata quanto in quella pubblica” (p. 11), l’intervento dello stato negli ambiti della famiglia e della maternità poteva infatti disporre di uno degli agenti di più sicura efficacia.
La normazione delle professioni sanitarie e il tentativo di limitare l’esercizio abusivo prende le mosse dagli anni immediatamente successivi all’unificazione e può essere letto come uno degli aspetti del processo di nation-building messo in atto dal neonato stato italiano. Muove da lì l’itinerario di professionalizzazione delle levatrici che si svolge attraverso gli scarti e i conflitti tra “l’ordine normativo e l’ordine simbolico” (p. 10), tra le intenzioni modernizzatrici e le sedimentazioni di una tradizione antica. L’assistenza alla maternità e al parto fu una preoccupazione costante dei governi liberali ma il confronto con situazioni e figure “irregolari” non fu privo di ambivalenze e contraddizioni per la consapevolezza che le strutture esistenti non erano in grado di rispondere in modo organico e uniforme su tutto il territorio alle esigenze sanitarie della popolazione italiana.
Il censimento del 1871 registrava la presenza di circa 9500 donne che dichiaravano come propria professione quella della levatrice. Dal momento che le istruzioni per compilare il censimento raccomandavano di indicare come professione l’attività che forniva a ognuno “la miglior parte dei suoi mezzi di sussistenza” (p. 18), è impossibile valutare quante fossero a quel punto le levatrici in possesso di diploma e quante invece le “empiriche”. All’insistenza di leggi e regolamenti – emanati tra il 1865 e il 1890 - faceva da contrappunto un atteggiamento pragmatico delle autorità di governo: i termini di scadenza delle norme transitorie che consentivano la regolarizzazione delle non diplomate e imponevano ai comuni l’istituzione di una condotta ostetrica da affidare a levatrici diplomate vennero a più riprese prorogati, secondo un atteggiamento di mediazione tra i rigori invocati dai medici e dalle ostetriche – che avevano dato vita a una vivace attività associativa e pubblicistica – e una realistica presa d’atto delle condizioni e dei bisogni di molte comunità che continuavano a fare affidamento sull’attività delle “empiriche”. La vicenda di Donna Mimma, protagonista di una delle pirandelliane Novelle per un anno, racconta il complesso e difficile confronto, in un paese dell’entroterra siciliano, tra la vecchia mammana, carica di un’ultratrentennale esperienza, e la giovane “piemontesa”, appena diplomata, assunta dalle autorità locali. Obbligata a procurarsi a sua volta il diploma, Donna Mimma, incapace di esprimersi e ancor più di comprendere la terminologia medica, come “piovuta dalla luna”, fa ingresso, a cinquantasei anni, nelle aule dell’università di Palermo, additata e derisa dalle compagne di corso e dai docenti. E mentre in città si compie la sua faticosa e dolorosa trasformazione da levatrice “empirica” a moderna ostetrica, al paese, intanto, la giovane diplomata sta assumendo aspetto e modi di colei che l’ha preceduta: dismesso il cappello, l’abito attillato e il linguaggio tecnico, indossa fazzoletto e vesti tradizionali e racconta ai bambini che la interrogano sulla propria nascita la stessa favola che tutto il paese aveva per anni sentito narrare da Donna Mimma. Dalla novella, scritta nel 1917, risalta con grande efficacia la forza dei legami di appartenenza alla comunità di queste donne e le strategie comunicative messe in atto per essere dalla comunità stessa riconosciute e accettate.
Il fascismo, nel raccogliere l’eredità liberale, impresse all’assistenza al parto e alla maternità un indirizzo marcatamente pronatalista. Se la legge sul celibato –del dicembre 1926 – venne definita dallo stesso Mussolini nel discorso dell’Ascensione una “frustata demografica”, qualche anno dopo il Codice Rocco ridisegnò i contorni del reato di procurato aborto, inserendolo nei crimini contro l’integrità e la sanità della stirpe, e aggiungendo, collateralmente, ulteriori previsioni di reato, quelle di lesioni personali e di istigazione. Il mestiere di ostetrica, a questo punto, divenne una sorta di osservatorio privilegiato per l’individuazione e la repressione delle pratiche abortive che suscitò di conseguenza una speciale attenzione – al tempo stesso medica e poliziesca - sulla figura della levatrice. Un controllo occhiuto che in realtà non sembra abbia portato – secondo Gissi – a rilevanti successi nella lotta contro il reato di aborto. E’ legittimo supporre che, in presenza di un elevato tasso di mortalità legato al parto, l’aborto procurato non rappresentasse per le donne un rischio molto superiore al parto stesso. D’altronde, la retorica della modernizzazione, che portava a opporre la professionalità delle nuove ostetriche alle scarse capacità e conoscenze delle “vecchie megere”, produceva da parte di polizia e magistratura il paradossale riconoscimento della bravura di un’osterica che eseguiva aborti senza lasciarne traccia. Un’ulteriore e non secondaria contraddizione era rappresentata dal fatto che, anche per le ostetriche condotte, gli interventi abortivi rappresentavano in molti casi, a fronte dei modesti guadagni ricavati dall’attività “regolare”, la fonte di reddito primaria, tale da assicurare anche una certa agiatezza.  Gli insuccessi registrati nella repressione dell’aborto sono testimoniati dalle statistiche giudiziarie: nel solo 1935 – ma dati analoghi potrebbero essere citati relativamente ad altri anni – alle oltre 1400 denunce presentate corrispondono solo 15 condanne. Da qui una stretta del governo sulla magistratura, che ripetutamente venne sollecitata a esercitare un maggior rigore su un reato diffuso in tutte le classi sociali, che tutte le parti coinvolte erano concordi nel tenere occultato: per ammissione delle stesse autorità “tutti sapevano e nessuno parlava”. In alcuni casi, quando l’iter giudiziario si concludeva con un’assoluzione, sia pure con formula dubitativa - l’insufficienza di prove -, si ricorreva a un’altra misura repressiva, che non passava per le aule giudiziarie ed era dunque assai meno complicata, il confino di polizia. Il confino era uno strumento agile ed efficace: era sufficiente una denuncia trasmessa dalla polizia o dai carabinieri e una commissione non giudiziaria – nella quale su cinque componenti figurava un solo magistrato – poteva comminare da uno a cinque anni di pena. Nelle carte relative al confino di polizia - comune e politico - depositate presso l’Archivio centrale dello stato, l’autrice ha individuato 263 casi: questa fonte costituisce il vero fulcro della ricerca. L’esperienza del confino rappresentava un ulteriore capitolo della vicenda lavorativa delle levatrici, anch’esso esemplificativo delle contraddizioni in cui si dibatteva la propaganda di regime e dell’inadeguatezza dell’assistenza sanitaria: non di rado le levatrici mandate al confino finivano con il diventare l’unico presidio sanitario del paese nel quale erano state confinate e la loro attività, che oltre all’assistenza al parto comprendeva anche l’erogazione di rudimentali ma essenziali forme di welfare – istruzioni di igiene e puericultura, aiuti materiali e finanche temporanei ricoveri delle partorienti - era richiesta e apprezzata dalla comunità locale.
La ricerca di Alessandra Gissi si chiude con la fine degli anni Trenta ma le piste seguite, che intersecano più piani e punti di osservazione e integrano diverse tipologie di fonti – normative, archivistiche e narrative –, si annunciano promettenti per la ricostruzione dei percorsi lavorativi delle donne italiane in tutto il loro spessore problematico.

Rosanna De Longis

 

 

“Ricerche di storia politica”, n. 1, 2009

Anna Balzarro, La storia bambina. «La piccola italiana» e la lettura di genere nel fascismo, Roma, Biblink Editori, 2007, pp. 184.

Alessandra Gissi, Le segrete manovre delle donne, Roma, Biblink Editori, 2006, pp. 158.

 

I volumi di Balzarro e Gissi affrontano due temi abbastanza trascurati dalla storiografia italiana, ma entrambi decisivi per comprendere appieno il ruolo delle donne e dell’istituzione della famiglia nell’ltalia postunitaria e durante il fascismo. Balzarro prende in esame, a partire dal settimanale «La piccola italiana» pubblicato dal 1927 al 1943, i messaggi, i modelli e gli insegnamenti che il regime fascista indirizzava alle fanciulle, nell’ottica sia di garantirsi il consenso delle future donne e madri di famiglia, sia di costruire una particolare identità femminile in sintonia coi valori e gli obiettivi politici del regime. In una prospettiva di più ampio periodo invece, ma con una particolare attenzione agli anni Venti e Trenta, il volume di Alessandra Gissi esamina la figura della levatrice nel lungo percorso di professionalizzazione di questo «mestiere» che, tra gli anni Sessanta dell’Ottocento e la Seconda Guerra Mondiale, si inseri progressivamente negli interstizi tra sfera privata e sfera pubblica.
Da entrambi i lavori emergono con forza la complessità, le sfumature e talvolta le contraddizioni di modelli femminili – quello della «bambina fascista» e quello della levatrice – che molto spesso hanno finito per rimanere schiacciati (e inevitabilmente semplificati) nelle ricostruzioni storiografiche generali dedicate alle donne o alle politiche sanitarie e demografiche durante il Ventennio. Nel caso delle bambine, ad esempio, in contrasto con l’immagine della donna come «angelo del focolare», peraltro sempre presente nelle pagine del settimanale, «La piccola italiana» curava con la massima attenzione anche la loro formazione patriottica, ne sollecitava e organizzava viaggi in giro per l’Italia e ne promuoveva attività extradomestiche che avrebbero dovuto plasmare la futura «brava fascista». Altrettanto complesso e sfaccettato era il ruolo delle levatrici; nonostante la pretesa fascista di un’assistenza sociale nazionalizzata e i provvedimenti atti a creare una figura professionale specializzata, disciplinata e inquadrata in un apposito albo, che avrebbe dovuto agire in sintonia con le politiche pronataliste del regime, continuò a sopravvivere a lungo un modus operandi all’insegna della continuità col passato. Anche durante il Ventennio, infatti, le levatrici continuarono ad occuparsi non solo della gravidanza e del parto, ma anche del controllo delle nascite per mezzo di pratiche abortive e di tutta una serie di funzioni assistenziali e sanitarie legate alla consuetudine e non previste dalle normative fasciste.
Un filo rosso che unisce idealmente i due volumi è dato dal tentativo di inquadrare entrambi questi modelli femminili all’interno della retorica della modernizzazione presente, non senza contraddizioni tra ideologia e pratica, nella propaganda fascista. Gissi dimostra infatti come il fascismo abbia cercato di rompere drasticamente con la vecchia tradizione delle «mammane» istituendo la figura della «nuova ostetrica» scientificamente preparata e, a partire dal 1935, costretta ad iscriversi ad un apposito albo professionale per ottenere l’assegnazione di una condotta. Tale sforzo di modernizzazione, tuttavia, riuscì solo in parte e non solo le «abusive» non furono mai eliminate, ma le stesse pratiche abortive continuarono ad essere effettuate sia dalle «vecchie streghe di campagna» sia dalle ostetriche professioniste. Al tempo stesso, nonostante la propaganda pronatalista del regime, le nuove conoscenze sulla cura dell’infanzia, la scolarizzazione via via più diffusa e l’estensione dei servizi sociali per i bambini e le madri ebbero l’effetto di accrescere il «valore» di ciascun figlio, diminuendo di conseguenza la disponibilità delle donne a creare famiglie numerose. In sostanza, quindi, «le famiglie di piccole dimensioni erano, tacitamente, considerate moderne» (p. 50).
Anche nei modelli, in positivo e in negativo, proposti da «La piccola italiana» emerge il rapporto spesso ambivalente e contraddittorio del fascismo con la «modernità». Da un lato, infatti, il settimanale stigmatizzava la «ragazza moderna» in abiti vistosi e imbellettata, sedotta dalla vita cittadina e dai divi del cinema, dall’altro, però, non tralasciava di celebrare il fascino del «moderno» rappresentato dai nuovi mezzi di comunicazione ed esaltava le virtù positive della «ragazzina moderna», ovvero dinamica, intelligente, sveglia e generosa. All’immagine tradizionale della femminilità, ancorata a valori quali la modestia, l’altruismo, lo spirito di sacrificio e le virtù domestiche, il settimanale fondato da Angelo Tortoreto, che dal 1941 divenne organo ufficiale della Gioventù Italiana del Littorio, affiancava infatti la rappresentazione di bambine e ragazzine attive, informate, devote al duce e pronte a mobilitarsi e sacrificarsi per la patria. L’esaltazione dei sentimenti materni e la mitizzazione della maternità si combinarono sempre, infatti, all’educazione politico-patriottica e all’indottrinamento fascista delle bambine, in un’azione che tentava di canalizzare a scopi politici le tradizionali virtù femminili.
Oltre a mettere in luce i confini spesso estremamente labili tra sfera pubblica e sfera privata, tanto più sfumati nel contesto di un regime che pretendeva di integrare totalmente gli interessi individuali con quelli della nazione, i volumi di Gissi e Balzarro offrono un’interessante esemplificazione delle complessità e delle ambivalenze che furono alla base del rapporto fascismo-donne-famiglia-politiche demografiche. Un rapporto nel quale la continuità col passato conviveva con l’immagine di «modernità» che il fascismo accreditava di sé, nel quale non sempre i modelli propagandati coincidevano con le esperienze della vita vissuta e dove, nonostante gli assidui sforzi per creare la «perfetta piccola italiana» fascista e per regolamentare l’assistenza alla maternità e all’infanzia, restava tutto un mondo, quello delle «segrete manovre delle donne», inaccessibile anche ai più ferrei controlli.

Giulia Guazzaloca

 

 

Quaderno di storia contemporanea, n. 42, 2007

Alessandra Gissi, Le segrete manovre delle donne. Levatrici in Italia dall’Unità al fascismo, Roma, Biblink editori, 2006; pp. 157, Euro 18,00


Il libro, vincitore nel 2007 del premio “Gisa Giani”, nasce dalla tesi di Dottorato in storia delle donne e dell’identità di genere, discussa da Alessandra Gissi presso l’università “L’Orientale” di Napoli e tratta della figura della levatrice, immagine universalmente dotata di fascino per il suo avere a che fare con l’evento della nascita e circondata quasi da un’aura di sacralità, al punto da destare spesso l’interesse di studiosi dei più diversi campi, dagli antropologi fino, persino, ai filologi.
Dalla ricostruzione e dall’analisi di Alessandra Gissi risulta un quadro non schematico di questa figura, che presenta una ricca gamma di sfumature e sfaccettature e in cui convivono, accanto alle nuove acquisizioni professionali, competenze e saperi antichi e consolidati: figura di donne depositarie di aspetti fondamentali della medicina e in grado di intervenire su un momento così importante nella vita femminile, quale la nascita di un figlio, sia facilitandolo che impedendola.
La studiosa ripercorre, a partire dall’unità d’Italia, la storia della modernizzazione di tale professione, del costituirsi – nella società, ma anche tra gli storici che la studiano – della contrapposizione tra levatrici professionali, istruite e disciplinate, e mammane stregonesche, incolte, folkloriche, e dei tentativi affrontati più volte, dai vari governi dell’Italia unita, di eliminare le levatrici non diplomate e che svolgevano tale attività in modo abusivo: questione affrontata sempre senza la capacità di mantenere un indirizzo fermo e coerente e quindi senza grande efficacia.
In particolare, l’interesse dell’autrice si focalizza su un preciso periodo storico, gli anni Trenta del Novecento, quando, cioè, si comincia esplicitamente a parlare di politica demografica e di controllo della riproduzione, strutturando misure di carattere eugenetico, pronatalista e familiare, e avviene il passaggio dalla protezione della donna lavoratrice alla protezione della donna in quanto madre. La crescente importanza attribuita alle levatrici in questo periodo si spiega proprio con la loro possibilità di agire tanto nella sfera privata che in quella pubblica: non a caso il fascismo crea la figura della levatrice professionale, inquadrata in un apposito albo, esecutrice delle politiche demografiche del regime e schierata a difesa della razza e della stirpe. Se la maternità come destino per le donne non era certo una novità assoluta introdotta dal Ventennio, la formulazione quasi esclusivamente biologica della funzione materna e il suo collegamento agli interessi della nazione furono invece caratteristiche peculiari del fascismo, che, per promuovere la sua campagna demografica, ricorse ad un articolata macchina propagandistica, dotata di “azioni positive” e incentivi e di strumenti repressivi: in questo quadro, la levatrice assunse un ruolo chiave, che andava ben oltre l’assistenza al parto. Le autorità fasciste erano ben consapevoli di come essa fosse l’unica figura professionale in grado di svolgere una funzione di comunicazione e intermediazione con le donne di qualsiasi livello sociale, se si considera che, nel 1929, i parti avvenivano quasi tutti a domicilio – addirittura, nelle zone montane si svolgevano non a casa, ma nella stalla, il luogo più caldo –, fatta rara eccezione per i casi molto gravi, e che il 95% di tutte le nascite erano assistite esclusivamente da una levatrice. E ad esse il regime affidò anche l’incarico di reprimere l’aborto, divenuto, con il codice Rocco, “reato contro la stirpe”.
Ma, ciò nonostante, le cosiddette ostetriche continuarono da un lato ad alternare l’assistenza a gravidanze e parti al controllo delle nascite attraverso pratiche abortive, e dall’altro a svolgere una serie di funzioni sociali che garantivano una specie di welfare individuale per le donne assistite, in contrapposizione con l’assistenza nazionalizzata fascista: il terreno in cui si muovevano, così segnato da momenti esistenzialmente decisivi e da un rapporto privilegiato con il corpo femminile, permetteva infatti loro di mantenere una “testarda autonomia” rispetto a imposizioni e regolamenti, prova ne sia che spesso gli stessi investigatori di polizia, pur inseguendo puntigliosamente prove e dettagli, non erano in grado di cogliere fino in fondo lo svolgersi degli eventi.
La ricerca si presentava non facile anche per la scarsità delle fonti, come ci racconta l’autrice stessa, nella sua introduzione: a permetterle la ricostruzione dei percorsi umani e professionali delle levatrici, della loro posizione all’interno della famiglia e della comunità e della rete di relazioni instaurata con le donne di cui si prendevano cura e a cui trasmettevano parte del loro sapere sono stati soprattutto, ed è significativo, i fascicoli personali di quelle di loro che furono confinate per procurato aborto. Le denunce erano presentate dal questore in base alle indicazioni dei diversi uffici investigativi locali, oppure in base alle segnalazioni delle autorità centrali; ma è interessante e curioso il fatto che poi, in realtà, queste donne condannate per aver compiuto manovre abortive fossero richieste dalle amministrazioni dei paesi in cui erano state confinate per ovviare alle carenze strutturali dell’assistenza ostetrica, con il doppio vantaggio, per i paesi, di non retribuirle secondo le tariffe stabilite e, per lo Stato, di non concedere loro il sussidio previsto per i confinati, in quanto esercitavano la loro professione.

Graziella Gaballo

 

 

SISSCO, Il mestiere di storico
Annale VIII/2007

 

Alessandra Gissi, Le segrete manovre delle donne. Levatrici in Italia dall’Unità al fascismo, Roma, Biblink, 157 pp.  € 18,00

Da alcuni decenni la scena del parto è diventata un oggetto di interesse per la ricerca storica, grazie allo stimolo della riflessione della storia delle donne e di genere, della storia sociale francese e degli spunti dell’antropologia e della sociologia di ambito anglofono. È stata analizzata nei suoi aspetti culturali e simbolici che riguardano la procreazione, la gravidanza, la nascita, così come sono stati indagati in profondità i soggetti e gli equilibri di potere che l’hanno governata: dal ruolo delle levatrici all’ingresso della medicina e dei medici, al rapporto con la religione cattolica, per arrivare ai caratteri di quel processo di medicalizzazione che, a partire dall’epoca moderna, ha cercato di disciplinare e controllare i soggetti e le relazioni che governavano quell’evento biopolitico strategico che era ed è la nascita.
Guardando a un soggetto peculiare — la levatrice —, a un momento e a un luogo specifici – l’Italia nel periodo che va dall’Unità agli anni ’40 del fascismo pronatalista – il libro di Gissi (prodotto della tesi di dottorato in Storia delle donne e identità di genere) si interroga sui risultati di questo processo di disciplinamento. Lo fa con l’intento di problematizzare una dicotomia radicata e diffusa, sia nelle rappresentazioni del passato sia, non di rado, in quelle contemporanee, secondo la quale nella figura della levatrice vi sarebbe la compresenza di due universi contrapposti: quello della mammana, radiato nell’esperienza, nella tradizione, e come tale in un ambito di senso pre-moderno, e quello della levatrice professionista, prodotto diretto di una modernità che l’ha formata e disciplinata alle conoscenze scientifiche e alle necessità biopolitiche delle istituzioni statali e religiose. L’autrice, al contrario, intende «dimostrare la frequente e consapevole coesistenza immaginabile più come un continuum che come una polarizzazione – di aspetti e stratificazioni di lungo periodo con le nuove acquisizioni professionali» (p. 12). Servendosi di fonti a stampa – giornali specializzati pubblicazioni dedicate specificamente alle levatrici – e d’archivio – Ministero dell’Interno, questura, prefettura – Gissi guarda all’esperienza delle levatrici principalmente attraverso il prisma dell’aborto e privilegiando uno sguardo nutrito degli spunti della riflessione antropologica e sociologica inglese e americana. In quest’ottica, descrive un complesso e sostanzialmente fallimentare tentativo di disciplinare le levatrici, dove i regolamenti sanitari di età crispina come le misure di polizia di epoca fascista trovavano un punto in comune nel tentativo non riuscito di riportare all’ordine quella figura che rimaneva riferimento per le donne nel governo della gravidanza, sia voluta sia indesiderata. È una storia ricca di episodi e di voci significative quella che l’autrice racconta, ma l’aver scelto un approccio che non travalica di molto i limiti cronologici definiti, impedisce talvolta di afferrare pienamente i caratteri delle novità e delle persistenze in quelle complesse ramificazioni che, come giustamente è osservato, stanno alla base dell’interesse di questa vicenda.


Emmanuel Betta

 

 

“Medicina e storia”, n. 13, 2007

Alessandra Gissi, Le segrete manovre delle donne. Levatrici in Italia dall’Unità al fascismo, Roma, Biblink editori, 2006, pp. 157

 

Un libro agile, scorrevole, davvero di piacevole lettura questo di Alessandra Gissi, che nonostante si inserisca in un filone di studi già ben consolidato – quello della storia della professione ostetrica –, pone nuovi problemi e focalizza l’attenzione su un periodo storico che riserva ancora molte sorprese.
L’autrice pubblica qui i risultati della sua tesi di dottorato in “Storia delle donne e dell’identità di genere”, dedicata allo studio della complessa figura della levatrice e del suo ruolo nella società, un ruolo sul quale per secoli le autorità cercarono di imporre il loro controllo. Il periodo indagato è quello tra l’Unità e il fascismo, con particolare attenzione agli anni trenta del Novecento, anni in cui il controllo della riproduzione diventò strategico, soprattutto “in concomitanza con la ristrutturazione produttiva, che vide stabilizzarsi il modello della grande industria e della produzione di massa” (p. 10). Le levatrici, com’è noto, diventarono nei primi decenni del XX secolo uno “strumento di trasformazione sociale” funzionale alle politiche demografiche del Regime, ma l’autrice sottolinea come l’interesse nei loro confronti mise anche paradossalmente in evidenza le contraddizioni e le ipocrisie insite in tali politiche: come ben dimostra la sua ricerca, infatti, proprio per l’ambivalenza che caratterizzava il mestiere di levatrice – da un lato garante della vita nell’atto di tutelare la gravidanza e il parto, dall’altra portatrice di morte nell’atto di procurare l’aborto in virtù di un sapere antico tramandato nei secoli – le autorità oscillarono sempre tra la spinta alla professionalizzazione delle ostetriche, necessaria a garantire l’aumento delle nascite e la diminuzione della mortalità neonatale, e la repressione delle pratiche abortive da loro stesse attuate.
Quanto al primo aspetto, lo Stato italiano, già a partire dai primi decenni postunitari, mise a punto un vasto piano di professionalizzazione, perseguendo l’ideale di una levatrice professionale che non solo incarnasse e divulgasse le nuove prescrizioni di igiene e pulizia promosse dalla classe medica, ma che facesse propri i nuovi valori di unità nazionale e rifiutasse le pratiche abortive in quanto retaggio di un periodo di barbarie ormai superato; il fascismo non fece altro che esasperare questo ideale, puntando su una levatrice “fieramente schierata a difesa della razza e della stirpe” (pp. 11-12) e considerando l’aborto un vero e proprio delitto “contro l’integrità e la sanità della stirpe”.
Nei decenni a cavallo tra i due secoli, dunque, le autorità tentarono a più riprese di eliminare dal territorio le levatrici “abusive”, non abilitate, ma si scontrarono immancabilmente con i problemi e le arretratezze caratteristiche della penisola italiana: a causa infatti della mancanza, in molte zone rurali e montane del paese, di donne alfabetizzate in grado di frequentare le scuole di ostetricia, questo progetto nella sostanza fallì e ancora negli anni trenta del Novecento molti comuni tolleravano e spesso richiedevano la presenza delle abusive, ovvero delle mammane che – a volte da generazioni – mettevano la loro esperienza al servizio delle partorienti. Un’esperienza che, immancabilmente, continuava a comprendere le pratiche abortive.
Anche in questo settore, al quale l’autrice dedica molte pagine interessanti, il fascismo non riuscì ad agire con l’efficacia che avrebbe desiderato. L’aborto infatti non solo era tollerato dalla popolazione, ma era negato, coperto, mascherato: “tutti sapevano e nessuno parlava”, questa era la constatazione a cui giungevano quasi sempre gli ispettori di Pubblica sicurezza e i carabinieri incaricati delle indagini. “Nel tentativo di ricondurre l’ignoto al noto”, inoltre, “gli investigatori erano costretti a percorrere l’impervio crinale che separava l’aborto spontaneo da quello provocato” (p. 83), senza riuscire nella maggioranza dei casi a trovare elementi probatori e testimonianze attendibili. Le palesi difficoltà che incontravano i giudici nell’emettere le sentenze di condanna in cause di questo genere, dunque, finivano per rendere i processi per delitti “contro l’integrità e la sanità della stirpe” poco efficaci e spesso assolutori.
Per aggirare l’ostacolo, tuttavia, le autorità fasciste trovarono un’autentica via d’uscita nel confino di polizia, una sanzione amministrativa che eliminando “gli elementi della prova e della difesa dal processo decisionale degli organi giudicanti, sanciva di fatto il dominio del metodo poliziesco e della convenienza politica nei modi e nei tempi della repressione” (p. 89). In questa direzione sono molto interessanti le fonti analizzate dall’autrice, ovvero i fascicoli delle levatrici confinate per procurato aborto conservati all’Archivio centrale dello Stato. Ebbene, si trattava in gran parte di levatrici approvate, il cui comportamento di fronte alle sofferenze umane e alle difficoltà delle donne incinte non si discostava molto da quello delle abusive. Esse furono inviate al confino in paesi molto lontani dai loro, prevalentemente al sud, dove la situazione sanitaria era più arretrata. Spesso prima di partire venivano incarcerate preventivamente, senza alcuna spiegazione, ma nei luoghi in cui si trasferivano finivano per portare la loro esperienza, che a volte con il passare del tempo veniva non solo tollerata, ma ricercata sia dalla popolazione che dagli amministratori locali. Si crearono dunque molte situazioni ambigue e paradossali, in cui le levatrici confinate furono contese da più comuni ancora privi di assistenza ostetrica, ma non retribuite a causa della loro condanna. Vi furono tuttavia anche levatrici per le quali “il confino divenne un’occasione di riscatto e realizzazione, in virtù del rapporto instaurato con la popolazione locale” (p. 120).
In sostanza “lo stesso Regime – impegnato in politiche demografiche che avrebbero dovuto incentivare la natalità – dimostrava carenze strutturali nell’assistenza e mentre elevava le levatrici ad assolute protagoniste delle nuove politiche demografiche, nella realtà dispiegava più mezzi nella repressione che negli incentivi alla professione. Tranne poi servirsi della loro esperienza fuori dall’ufficialità” (p. 132).
Un universo variegato dunque, quello descritto nel libro di Alessandra Gissi, e l’autrice tiene a sottolineare proprio le sfaccettature, le sfumature insite nella figura della levatrice, una figura che la propaganda fascista cercò invano di “fissare” nelle due rappresentazioni stereotipate e contrapposte della “mammana” (abusiva, corrotta e portatrice di morte) e della “professionista” (moderna, preparata, approvata nelle scuole statali e dedita esclusivamente alla tutela della maternità e dell’infanzia).

Paola Zocchi