Il Manifesto 26/05/2006

 

Dentro la segreta avventura dell'interpretazione
In «Frammenti per una teoria dell'inconscio» Gabriella Ripa di Meana indaga questioni che investono anche l'estetica

 

Frammenti per una teoria dell'inconscio di Gabriella Ripa di Meana, uscito da Biblink editore da qualche mese (e quindi pure online, secondo le caratteristiche di questa casa editrice), offre anche a chi non si occupi di psicoanalisi moltissimi punti di interesse, di cui ne prelevo sinteticamente tre: l'inconoscibilità e l'imprevedibilità dell'inconscio; l'esercizio dell'ascolto del suo linguaggio e dei suoi significanti; l'avventura dell'interpretazione. Sono temi che attraversano anche i campi dell'estetica, dell'ermeneutica e dell'epistemologia, con l'ambizione, all'altezza dei risultati, di tessere un discorso divulgativo ma insieme problematico e dirompente, filtrato da una scrittura raffinata e limpida, esente dai trabocchetti e dalle civetterie di un parlare criptico e per iniziati. Quello dell'inconscio, ci spiega l'autrice, è un concetto non semplificabile che rischia, nelle illusioni, nei malintesi e nelle banalizzazioni della società odierna, di perdere la valenza scandalosa, eversiva e peculiare della concezione freudiana, dove si vede il soggetto diviso tra l'indistruttibile forza del desiderio e la piena responsabilità dei propri atti. Quello dell'inconscio è un sapere che agisce in noi a nostra insaputa sorprendendoci, è «l'altro che è in noi e decide per noi senza perciò esonerarci da alcuna responsabilità». Ripa di Meana chiama etica dell'inconscio quella secondo cui il soggetto raggiunge la libertà e la responsabilità del proprio agire «tramite le conseguenze inattese dei suoi atti e non in virtù delle loro premesse sorvegliate e avvertite». È una sorta di abbaglio collettivo, ci avverte l'autrice, credere che le avventure degli affanni e delle angosce si possano censurare, adattare o prevenire, come si cerca di fare per le malattie del corpo e con le cure farmacologiche. La segreta rete di segni, che delinea insieme ai nostri desideri anche la nostra unicità, non si aggira con furbizie e scorciatoie per modellare comportamenti, riempire lacune o raggiungere funzionalità, produttività e successo; né si avvale, in alternativa, di una ascesa anarchica verso un «godimento a ogni costo». E neppure esibisce, sostituendolo illusoriamente all'oggetto perduto - ontologicamente mancante, come spiega Ripa di Meana - «l'oggetto trovato, garantito».
Avere messo al centro dell'interesse e del soggetto fenomeni futili e irrilevanti (gli atti mancati), mondi oscuri, notturni e divinatori (i sogni) o complessi sintomatici, dando a tutto questo un senso -- «il senso vitale della nostra esistenza» -- è proprio l'atto più eversivo della scoperta freudiana dell'inconscio. Un inconscio che non esiste in sé ma solo «nel dire mentre viene detto», in sprazzi che emergono come un lampo per poi sparire; un inconscio che non si fa cogliere se non sotto forme travestite e mascherate. E quanto tale mascheramento sia sottile e impervio da smascherare, l'autrice ce lo racconta nella parte successiva del suo lavoro, avendoci avvertito che la conoscenza dell'inconscio non può chiudersi in un sapere scolastico e definito, ma può essere raggiunto solo per frammenti, approssimazioni e ipotesi.
Sul piano teorico e negli esempi clinici della sua pratica analitica, emerge nel lavoro di Gabriella Ripa di Meana anche tutto il peso e l'importanza della lezione di Lacan, nonché la sua attenzione esclusiva e perspicace alla lettura e alla interpretazione del significante, al suo aspetto sonoro e formale, a un ascolto - quello dello psicoanalista nei confronti del paziente - leggero, «insensato», arriva a dire l'autrice. Un ascolto in grado di «produrre la verità dell'altro», dell'altro che abita in noi e il cui effetto è inatteso e imprevedibile. Emerge così, da parte della psicoanalista, un talento quasi di decifratrice di enigmi, di rebus o di acronimi, espresso anche nella rilettura e rivisitazione di due exempla di Freud: una amnesia, il nome del pittore Signorelli, e un sogno, l'iniezione a Irma, diventati emblematici del metodo interpretativo freudiano. Al contrario di quanto avviene nell'enigmistica, però, questa capacità di lettura non si riduce alla risoluzione di un indovinello o all' accesso a una rivelazione, ma approda alla sorprendente acquisizione di una singolarità soggettiva. La distinzione tra quello che si potrebbe definire il desiderio apparente e il desiderio inconscio che, essendo per l'appunto inconscio, è difficilmente afferrabile al di fuori dell'iscrizione nel transfert e nel set analitico, è una delle lezioni più proficue che, per un non analista, possono essere colte in questo libro. Passando attraverso i concetti di desiderio, di rimozione, di negazione, di fantasma, di fuorclusione e di transfert, Ripa di Meana mette in gioco questioni che investono anche l'oggetto estetico e l'opera poetica: lo fa, per esempio, nel capitolo titolato Inconscio e interpretazione, proponendo un parallelo tra il discorso poetico e quello analitico, in cui interpretare significa anche far conoscere i limiti della comprensione, procedendo per lampi e per schegge che illuminano frammenti di verità. Mettendo in scacco il proprio sapere fino a significare il proprio fallimento, facendosi carico di ogni lacuna e di ogni oscurità e sostenendone la funzione e la creatività.

 

(Lucilla Albano)

 

 

 

 

Il Foglio 25/03/2006

 

Gabriella Ripa di Meana

 

Frammenti per una teoria dell'inconscio

 

Del concetto di inconscio esiste una vulgata”, constata all’inizio di questo suo ultimo saggio la psicoanalista Gabriella Ripa di Meana. Tutti parlano dell’inconscio, “diventato luogo comune praticato da ognuno”, in una sorta di “conformismo da cui non possiamo prescindere”. Eppure, avverte la studiosa, esiste “un malinteso tangibile soprattutto nell’uso banalizzato che fanno di tale nozione la cultura e il linguaggio contemporanei”. La necessità di spiegare e di chiarire il reale significato di questo concetto è emerso “con l’andar del tempo e della modernità” sino a diventare essenziale per comprendere meglio ciò che accade nella nostra epoca. D’altro canto solo “grazie al concetto d’inconscio ci è possibile avere fiducia in una versione laica della soggettività, cancellata invece dai fondamentalismi d’ogni specie”. Paragonato a “una balena arenatasi a riva e circondata da migliaia di curiosi”, l’inconscio oggi ha perso la sua peculiarità semantica per trasformarsi in un arido cliché, luogo comune in balia del degrado dato dalle semplificazioni di massa. Drammatica conseguenza di questa banalizzazione, che ha visto nei media i principali responsabili, è stata negli ultimi decenni il trionfo del comportamento, che “sembra aver preso il posto dell’anima”, sollecitando “una modernissima fusione tra inconscio e adattamento”. Questa sorta di luogo comune dell’inconscio finisce per trasformarlo in un “passepartout”, chiave universale di cui ogni individuo abusa per deresponsabilizzarsi. Se “il modello di sé non piace, non funziona, non ha successo, si pensa a un inconscio balordo, molesto, guastafeste”, che va plasmato in base a ciò che funziona. Ancora una volta dunque mettendo a tacere l’imprevedibilità e l’assoluta unicità della voce dell’inconscio che è in ciascuno, la tendenza dominante, perché più rassicurante, è di incanalare, inquadrare e omologare ogni singola pulsione per poterla controllare e gestire nel miglior modo possibile, lasciando inascoltata la voce che in ciascuno è diversa.

 

(Gaia Marotta)