Il Foglio 21/02/2004
Secolo senza nome
L'Ottocento in crisi d'identità si
svela nell'Autoritratto curato da Francesca Socrate
Potrà sembrare scontato, a noi
reduci da un passaggio di millennio in cui siamo stati subissati da ogni
sorta di celebrazioni e bilanci, che anche alla fine dell'Ottocento fosse
successo qualcosa di simile. Ma fu una "prima" assoluta, ciò che
avvenne tra il dicembre del 1899 e il gennaio del 1901. Mai, prima di
allora, il secolo al tramonto aveva avuto bisogno di "inventarsi" dal
punto di vista mediatico, di assegnarsi una vera e propria identità (destinata
a riflettersi sull'identità di chi in quel secolo aveva vissuto),
di proporsi all'opinione pubblica colta o semicolta dei lettori di quotidiani
e di periodici con una "personalità" riconoscibile,
un'individualità che ne accreditasse la funzione e il ruolo nella
Storia. "Sul punto di staccarci da quella veneranda persona che
fu il secolo XIX, e mentre essa sta per. sprofondare nell'oceano delle
cose passate, vediamo di fissarla intera anche una volta, di stamparcene
nella memoria i lineamenti", scriveva Giuseppe Giacosa su "La
lettura” mensile appena nato del Corriere della Sera. È una delle
tante voci riportate nel bel saggio di Francesca Socrate “Autoritratto
dell'Ottocento. La retorica del primo secolo moderno", Biblink,
168 pagine, 14 euro), che ricostruisce la narrazione pubblica di cui
diventò oggetto, in Ita1ía, il secolo declinante. Il libro
individua modi e intenti di quell'operazione, mettendone in luce la modernità,
attraverso l'analisi di centinaia di articoli, editoriali, commenti,
numeri speciali che, tra il 1900 e il 1901, riepilogarono la storia politica,
letteraria, artistica, economica dell'Ottocento, le sue scoperte, i suoi
caratteri morali e materiali. Quella sterminata produzione giornalistica,
scrive Francesca Socrate, "a prima vista non s'inventa niente di
nuovo; temi e argomenti erano già in larga parte a portata di
mano, dal catalogo interminabile delle conquiste tecnologico-scientifiche
alla litografia risorgimentale, dal lessico nazíonal-patriottico
alla retorica della concordia sociale, dalla intelaiatura normativa che
regolava la sfera pubblica e privata alla filosofia del progresso, ai
valori del laicismo.
Ma. la novità del fenomeno celebrativo sta appunto nel montaggio di
quei materiali, nella loro ricontestualizzazione e nei registri adottati".
Ne emergerà un Ottocento orgoglioso, che rivendica la propria grandezza
e riconferma "le certezze dell'universo liberal-borghese, nonostante la
crisi che violentemente le aveva investite nell'ultimo decennio del secolo".
Eclettico o utilitario?
Mentre la cultura "alta" già si cimenta con
la critica della modernità, che porterà in dote al Novecento,
l'Ottocento celebrato dalla stampa dell'epoca promette fiducia, benessere
e progresso per il secolo neonato, come se sulla carta stampata si fosse
trasferito lo spirito del Gran Ballo Excelsior, con la sua esaltazione
della scienza e della nuova civiltà. In questa cornice, anche
i difetti diventano qualità. "Un secolo senza stile", è uno
dei motivi ricorrenti, come si legge anche nella rubrica di Treves, Pesci
e Barbiera sull'Illustrazione italiana: "Per molti anni, s'andò dicendo
che gli uomini del secolo XIX avevano trovato tutto, ma non uno stile".
Ma Guglielmo Bílancioni, sulla Domenica del Corriere, in un articolo
intitolato: "Come si chiamerà il XIX secolo?", sosterrà che
proprio nell'impossibilità di definirlo in modo univoco, sta la
grandezza di un secolo che "ha raggiunto vette di trionfo nelle
più svariate attività". E a chi accusa l'Ottocento
di non aver saputo essere altro che "ecclettico", di aver mutuato
dai ceti medi borghesi caratteristiche da parvenu, risponde Paolina Tacchi,
in un editoriale dell'Illustrazione popolare: "Il secolo XIX è stato
eminentemente utilitario: sì, in quanto ha capito che nulla deve
andar sperduto di ciò che la meravigliosa intelligenza umana produce".
Speranze e trionfalismi fin-de-siècle erano destinati a diventare,
nel giro di poco più di un decennio, mobilio fuori moda: sarebbe
stata la guerra, il vero inizio del "secolo breve". Ma il libro
di Francesca Socrate parla di una ricerca del "senso del tempo",
spesso ingenua e semplificatrice, che a tutt'oggi non ha abbandonato
neanche gli smaliziati abitatori degli anni 2000.
Nícoletta Tiliacos