“Studi Romani”, LIII, 1-2/2005
Storia contemporanea
di Marco De Nicolò
[…] Della Roma dello stesso periodo Domenico Rizzo analizza i rapporti tra individui e Stato, tra morale e legge, tra consuetudini e “pedagogia” civile (Gli spazi della morale. Buon costume e ordine delle famiglie in età liberale, Biblink,Roma 2004). L’autore ha indagato a fondo la natura di tali rapporti spesso conflittuali e si è impegnato su più livelli di lettura, da quella antropologica a quella storico-giuridica, da quella storico-sociale a quella relativa alla storia delle mentalità. In tal modo egli può analizzare sia i comportamenti di fronte alla legge, soprattutto da parte dei ceti popolari romani, sia quello delle autorità nei loro confronti. Della serie di comportamenti posti al vaglio dell’azione giuridica, dai reati sessuali ai comportamenti pubblici, si nota il grande rilievo ricoperto dall’istituto familiare e, al suo interno, del capo famiglia a cui spettava, di fatto, proteggere effettivamente, attraverso l’iniziativa legale, il proprio nucleo. L’iniziativa del marito-padre prevaleva di gran lunga generando, come osserva con acutezza Rizzo, un’asimmetria di genere, resa evidente nei casi d’adulterio e di fuga della moglie; la figura maschile aveva un forte peso sulle scelte delle figlie anche in ambito sessuale. Se il diritto penale tutelava anche il buon costume e l’ordine delle famiglie nell’Italia liberale, la società romana, per molti versi, resisté ai codici italiani; la normativa del nuovo Regno, infatti, non appare sempre in sintonia con consuetudini e mentalità radicate nel tempo, che il diritto non riuscì a svellere se non nel lungo periodo. Il nuovo ordinamento non fu rigettato del tutto: lo strumento della querela, infatti, venne utilizzato per ripristinare un’onorabilità familiare violata. Nel libro di Rizzo, che ha scandagliato una vasta casistica, sono presenti anche altri aspetti di rilievo, tra i quali va almeno citato il confronto tra autorità e popolani, che appare più un confronto maschile, teso, da una parte, a far rispettare regole nuove e, dall’altra, a regolare in maniera fisica il conflitto con l’invito a “spogliarsi” dei simboli dell’autorità di pubblico ufficiale.
Il Foglio 8 settembre 2004
Domenico Rizzo
GLI SPAZI DELLA MORALE
Negli studi dì storia sociale degli ultimi decenni è mancata una riflessione approfondita su un tema dalla natura complessa: la costruzione dell'identità individuale contrapposta allo, Stato in età liberale. Domenico Rizzo, attraverso un meticoloso lavoro di ricerca negli archivi giudiziari del Tribunale penale di Roma, ha scandagliato le intricate trame di rapporti sociali, familiari e pubblici di quel periodo, mettendo in luce le contraddizioni e il disagio che la cultura politica e giuridica ottocentesca provarono nei confronti di alcune immagini della soggettività. “Dopo la tempesta rivoluzionaria il soggetto non appare _realtà semplice e affidabile, ma esposto alla vertigine della volontà arbitraria, refrattario all'ordine, possibile preda dell’interesse e del bisogno”. Conseguenza inevitabile fu che, “se per un verso il soggetto è valorizzato, per altro verso il momento individuale rimane comunque interno a un'appartenenza, sia essa alla Nazione, alla società, al popolo, allo Stato”. La famiglia “intesa come ordine sociale, come istituzione, la cui forza coesiva costituisce una garanzia dai pericoli dello sradicamento” divenne vincolante nella codificazione civile del nesso tra soggetti e diritti. La famiglia quindi e la collocazione dell'individuo in essa rappresentò un tramite indispensabile nella definizione dei rapporti tra Stato liberale e singoli individui. Ma ancora più della famiglia come istituzione, furono i comportamenti sessuali la “chiave d'accesso privilegiata” ai rapporti tra individuo e Stato. L’analisi dell'atteggiamento di un'intera società dai singoli soggetti sino alle pubbliche autorità come rappresentative dello Stato nel trattare reati quali stupro, adulterio, incesto, fuga d'amore dalla casa dei genitori, abuso sessuale su minori, ha rivelato una forte ambiguità. La moralità sessuale veniva dì volta in volta ricondotta sia alla sfera pubblica sia all'assetto dei rapporti famigliari. Dalla constatazione di questo costante intreccio dei due piani. si è riusciti a capire che l'esistenza di norme, soprattutto nell'ambito giuridico, permisero da un lato la definizione d'elle identità dei soggetti attraverso la consapevolezza dei loro diritti e la precisa collocazione nell'ambito famigliare dall'altro la costruzione di un rapporto con istituzioni e dei limiti imposti alla libertà personale. Esemplificazione di. queste dinamiche fu il reato di oltraggio al pubblico pudore. La codificazione penale ottocentesca per la prima volta sanzionò “espressamente il manifestarsi di qualsiasi comportamento sessuale" in luogo pubblico. In breve ciò che prima era lecito d'un tratto divenne proibito. E, tra le altre cose, gli “uomini non poterono più urinare in pubblico. Ma mentalità e abitudini radicate nei secoli richiedono tempi lunghissimi per cambiare. Fu così che garzoni, carrettieri, facchini, “veri padroni di Roma”, non solo non accettarono queste restrizioni ma le considerarono come un abuso e un'offesa diretta alla loro mascolinità. Il tentativo di controllo venne percepito come un'invasione alla sfera di libertà personale scatenando innumerevoli conflitti.
Gaia Marotta