"Ricerche di storia politica”, n. 2, 2009
Daniela Rossini (a cura di),
Le americane. Donne e immagini di donne fra Belle Époque e fascismo
Roma, Biblink, 2008, pp. 286.
Il tema di quest’opera collettanea, almeno stando a quanto esposto nell’introduzione dalla sua curatrice Daniela Rossini, dovrebbe essere la costruzione e la circolazione tra le due sponde dell’Atlantico, dell’immagine della «donna nuova» americana – «istruita, spigliata esuberante dì energia e determinazione» (p. 11) – tra fine Ottocento e anni Trenta del Novecento. Tema potenzialmente interessante, sebbene già ampiamente esplorato dalla storiografia – si vedano, ad esempio, i numerosi lavori di Victoria De Grazia sui modelli culturali, anche contrastanti, proprio perché provenienti dall’esterno, che fecero da cornice alla costruzione dell’immagine femminile durante il regime fascista – se non fosse che solo quattro dei sette saggi contenuti in questo volume lo affrontano. Gli altri – di Beatrice Pisa sul pacifismo «femminile», di Rosalia Gwis Adami su Jane Addams, di Caterina Ricciardi sulla scultrice Nancy Cox McCormick e di Biancamaria Tedeschini Lalli sulla pittrice Romaine Brooks – si limitano a dare conto di percorsi biografici senza dubbio stimolanti, soprattutto in ragione della loro «eterodossia» rispetto ai modelli femminili all’epoca dominanti, più che a tematizzare la costruzione e la diffusione di immagini di donne, nella loro più vasta accezione, tra Stati Uniti ed Europa.
Spiega Rossini che la «donna nuova» che si muoveva nelle metropoli americane di fine secolo, oltre che una realtà prodotta dai numerosi avanzamenti dal punto di vista socio-economico e culturale, nella condizione femminile, era un’immagine trasmessa, rivista e ampiamente utilizzata da stampa, cinema e pubblicità. È interessante notare che erano spesso «donne nuove», cioè caratterizzate da percorsi biografici poco convenzionali perché indipendenti dal punto di vista economico, nubili o divorziate, a produrre immagini o teorie sulla «donna nuova». È il caso di Nell Brinkley, a cui Cristina Scatamacchia dedica il suo saggio, o di Charlotte Perkins, analizzata da Laura Moschini. Brinkley fu una celebre – e a lungo dimenticata – illustratrice e giornalista del gruppo editoriale Hearst, nonché ideatrice dell’indipendente e bella, ma soprattutto lavoratrice, Brinkley girl, mentrePerkins, sociologa, instancabile divulgatrice e attivista, dedicò la propria attività di ricerca a sviscerare, storicizzandole, le cause dell’oppressione femminile,
Specchio dei tempi e strumento di auto-rappresentazione di una nazione che si preparava a diventare una grande potenza mondiale, l’immagine della new woman cambiò progressivamente, adattandosi alle mutate condizioni storico-politiche del paese. Il periodo tra fine Ottocento e anni Venti del Novecento vide infatti avvicendarsi la Gibson girl, ideata dal celebre disegnatore Charles Dana Gibson, e simbolo della donna alto-borghese sportiva, colta e volitiva, anche se ancora tradizionale, visto che non lavorava ed era tutto sommato moralmente ineccepibile, e la scandalosa – e notturna – flapper, un irriverente maschiaccio dedito al fumo, all’alcool e all’amore libero.
Gibson girl e flapper erano icone rispettivamente della forza prorompente della democrazia di fine secolo – grande topos della propaganda americana durante la Prima guerra mondiale – e della prosperità effervescente e spaesata degli anni Venti. Accanto a queste figure di rottura, ce n’era un’altra, solo apparentemente più tradizionale, la casalinga efficiente. «Regina dei consumi», la massaia-modello era non solo una provetta conoscitrice dell’economica domestica, ma, esperta com’era in acquisti a rate e per corrispondenza, la vera amministratrice di un bilancio familiare ormai tutto teso al consumo.
La tensione tra modernità e tradizione insita in questi modelli femminili è particolarmente acuta se si guarda alla loro ricezione da parte del fascismo in Italia. I saggi di Michela Nacci e Cinzia Grossi affrontano questo tema concentrandosi rispettivamente sulle rappresentazioni pubbliche delle donne americane e sull’impatto dell’efficientismo domestico americano nel contesto italiano degli anni Trenta. Seducenti perché cariche di novità, forti ed efficienti, e repellenti perché scardinavano i modelli tradizionali, le «americane» toccarono i nervi scoperti di un regime perennemente in bilico tra voglia di modernità e richiamo alla tradizione.
Giulia Lasagni
“Leggendaria”, n. 75, maggio 2009
Daniela Rossini
Le Americane
Donne e immagini di donne fra Belle Époque e fascismo
Biblink, Roma 2008
285 pagine, 27 euro
Le americane. Donne e immagini di donne fra Belle Époque e fascismo nasce da un incontro coordinato da Daniela Rossini (scrittrice e studiosa di storia contemporanea) nell’ambito del IV Congresso Nazionale della Società Italiana delle Storiche, tenutosi a Roma nel febbraio 2007 presso l’università Roma Tre. Il volume ospita otto saggi che prendono in analisi, ognuno da un diverso punto di vista, la violenta irruzione della cultura degli Stati Uniti nell’Europa del Novecento e il modo in cui questa ha assunto, tra i diversi aspetti, il volto scandaloso e affascinante della “donna nuova”. Simbolo della società statunitense, le americane diventano un vero e proprio prototipo di emancipazione. Cambia nettamente la presenza femminile sulla scena sociale e politica europea e quasi parallelamente si trasforma la rappresentazione delle donne, Si fa strada l’immagine di una donna indipendente, libera e in grado di conciliare la vita familiare con la realizzazione professionale, Ciò che davvero colpisce, pagina dopo pagina, è il modo in cui questa iconografia femminile del tutto rivoluzionaria rispetto al passato, prenda vita sostanzialmente attraverso lo sguardo maschile. Raramente infatti le donne hanno avuto il potere di dare forma alla propria immagine. Il lettore scopre così che i grandi illustratori che hanno dominato la carta stampata tra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo sono stati i reali ideatori di diverse raffigurazioni femminili, divenute nel tempo dei modelli a tutti gli effetti, Charles Dana Gibson per esempio disegna tra la fine dell’ottocento e l’inizio del Novecento la Gibson Girl,giovane rappresentante della upper class, istruita, in grado di guidare l’auto e praticare uno sport. O ancora i disegnatori degli anni Venti del Novecento introducono la figura della flapper, androgina, autonoma e con uno stile di vita sempre più emancipato. Da segnalare infine la particolare attenzione che il testo dedica al processo di diffusione/affermazione del modello femminile statunitense in Italia durante il periodo del fascismo, tratteggiando il rapporto di amore/odio che il nostro paese instaura con queste nuove figure che fanno improvvisamente capolino da oltreoceano.
Giulia Dalla Negra