“Europa”, 19 maggio 2009

Il congresso delle donne
All’inizio del ’900 le militanti di diverse passioni politiche insieme a Roma

È passato poco più di un secolo da quando si è svolto il primo congresso nazionale delle donne italiane, che si tenne a Roma dal 23 al 30 aprile del 1908.
Eppure i nodi che stanno al fondo della questione femminile rimangono inalterati nella loro problematicità. Basti pensare che il nuovo diritto di famiglia è, per i tempi della Storia e non solo, un fatto recente che risale al 1970. La cittadinanza politica delle donne, conquistata nel 1946, non è stata e tuttora non è sufficiente all’acquisizione di un loro pieno riconoscimento anche nell’ambito sociale e soprattutto professionale. Sono queste le conclusioni del libro della giornalista Claudia Frattini, autrice del libro Il primo congresso delle donne italiane, Roma 1908. Opinione pubblica e femminismo edito da Biblink nella collana “Novecento periodico. Donne e uomini nella stampa periodica del XX secolo”, realizzata in collaborazione con la Biblioteca di storia moderna e contemporanea.
L’eccezionale evento del 1908, che ebbe una larga visibilità nella stampa nazionale e locale dell’epoca e che per la prima volta riunì tutte le donne italiane e tutte le anime dell’emancipazionismo e del suffragismo, non ebbe praticamente alcun seguito e rappresentò un’avanguardia che solo dopo molti decenni avrebbe prodotto risultati significativi.
Una contraddizione, questa, se si pensa che il primo Novecento, la cosiddetta età giolittiana, rappresentò per l’Italia la fase della, sia pure modesta, politica liberaldemocratica, dopo i governi autoritari dell’ultimo Ottocento. In questi anni, infatti, Giolitti aveva avviato la prima legislazione sociale a favore delle donne e del lavoro femminile che lo sviluppo industriale aveva creato. In questi anni, inoltre, il movimento politico delle donne aveva raggiunto il suo massimo sviluppo in termini numerici, di visibilità e di vivacità culturale.
Questo fervore e questo attivismo, tuttavia, stridevano con le divisioni culturali e politiche che non permisero al movimento femminile di emergere con compattezza di identità e traguardi. Divisioni che, peraltro, nel nostro paese sono ricorrenti e attualissime e che anche allora investirono la cultura cattolica e laica.
L’appuntamento romano, infatti, era stato preparato con una non facile convergenza tra le componenti laiche, cattoliche e socialiste. L’unità fu però raggiunta escludendo dall’ordine del giorno, per volontà delle donne cattoliche, le questioni più controverse come l’aborto e l’istruzione religiosa nella scuola pubblica.
Proprio la discussione su quest’ultimo punto contribuì a scavare un solco profondo all’interno del movimento e il voto contrario all’istruzione religiosa ebbe una larga eco nel paese. Le donne cattoliche, la cui partecipazione era stata comunque scarsa, all’indomani del congresso diedero vita a un’organizzazione conservatrice e lontana dai fermenti modernisti.
Ma anche altre assenze, per ragioni del tutto opposte, pesarono sulla buona riuscita dell’incontro. Anna Kuliscioff, infatti, non prese parte all’assise romana perché considerata poco rivendicativa dei diritti delle donne e rappresentativa, soprattutto, dei ceti borghesi e non operai.
Una delle principali caratteristiche del congresso, infatti, fu l’aver affrontato i problemi della donna senza che questi fossero disgiunti da quelli dell’infanzia e, più in generale, della famiglia. Probabilmente, se maggiore fosse stata la partecipazione delle donne lavoratrici, la rivendicazione dei diritti avrebbe assunto uno spessore più consistente.
Le incrinature maggiori, però, si realizzarono sul piano culturale investendo i nodi fondamentali del ruolo femminile e delle sue possibili declinazioni nella sfera privata e pubblica. Proprio su questo piano il congresso mostrò le sue contraddizioni.
Il movimento femminile rispecchiava, infatti, i limiti delle storiche fragilità dell’emancipazionismo italiano che, nonostante la sua innegabile modernità, non si spinse oltre fino a compromettere «il pieno soddisfacimento degli interessi maschili, salvaguardando i paradigmi consolidati sui ruoli femminili». Nel contesto socio-culturale dell’Italia del primo Novecento le leggi riflettevano il sentire comune che voleva l’uomo come unico possibile cittadino anche se nullatenente o analfabeta. Nell’emancipazionismo italiano, inoltre, era diffusa l’idea che individuava nelle donne stesse, nel loro timore e nella loro indifferenza, uno dei principali ostacoli alla causa femminista.
Come osserva l’autrice, prima dei diritti politici, le donne avrebbero dovuto conquistare i diritti civili «consumando l’antica cesura tra sfera pubblica, rispetto alla quale venivano tradizionalmente considerate incompatibili, e sfera privata, alla quale si intendevano biologicamente destinate, ovviamente in stato di soggezione».
La conquista dei diritti politici, se pur fondamentali, non rappresenta anche adesso il pieno riconoscimento delle donne e già allora, nel 1908, il voto era considerato da alcune di loro come una condizione necessaria ma non sufficiente per conquiste sociali più generali e diffuse.
Diversamente, il suffragio femminile sarebbe stato solo un “duplicato di quello maschile” senza apportare alla società e alla condizione della donna alcun progresso reale. Diversamente, sembra di aver assistito ad una semplice trasposizione dei ruoli femminili dal privato al politico come ministri della salute, della scuola, dell’istruzione. A quando, invece, una donna presidente del consiglio?

MARIA CHIARA MATTESINI