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la Repubblica, 3 dicembre 2010
Un libro ha catalogato le 1600 riviste per signore uscite nel nostro Paese dall’Unità fino ad oggi “L’idea è quella di mostrare come è cambiato il ruolo nella sfera pubblica, tra stereotipi e modelli”
LA DONNA È MOBILE
Massaie, maestre o dive: storia dei femminili
Inizio del secolo scorso. Sulla copertina della rivista La Donna una giovane comunicanda vestita di bianco, abbassa gli occhi sul breviario e prega. Vanity Fair:una lucente Lindsay Lohan versione dama di lusso, annuncia la sua nuova vita lontana da droghe e prigioni. Donne immortalate dai magazine femminili, potenti rilevatori dei modelli vincenti. Dall’unità d’Italia ai nostri giorni sono più di l600 le riviste femminili rilevate dal censimento condotto da Gisella Bochicchio e Rosanna De Longis, La stampa periodica femminile in Italia (Biblink, pagg. 220, euro 30), l’ultima catalogazione bibliografica in materia, organizzata in ordine alfabetico: da Anna a Zip News.
«Questo elenco è un modo per mostrare il ruolo della donna nella sfera pubblica» – spiega Rosanna De Longis – «i cosiddetti femminili hanno contenuti diversi. Non esiste uno stereotipo, ma una pluralità di donne a cui rivolgersi». E infatti già alla Donna, fondato nel lontano 1888, collaboravano femministe come Malvina Frank e Anna Maria Mozzoni, mentre la popolarissima Cordelia era diretta dalla combattiva maestra giornalista Ida Baccini. Con il crescere dell’alfabetizzazione si moltiplicano infatti le riviste delle maestre. Così come prima c’erano il Corriere delle dame e il Corriere delle signore, compare Il Corriere delle maestre.Perfino durante il fascismo si guarda a un pubblico stratificato, affiancando La massaia al più raffinato Almanacco della donna italiana (Bemporad) e alla lussuosa e molto chic Lidel, dedicata alla moda.
L’approccio confidenziale esplode però nel dopoguerra, quando la più amata scrittrice di romanzi rosa s’inventa Confidenze di Liala In copertina una carrellata di divi hollywoodiani: Ingrid Bergman, Gary Cooper, Clark Gable. Sono gli anni dei fotoromanzi. Il primo, Anime incatenate, è del 1946 ed esce su Grand Hotel. Ma anche qui bando agli stereotipi. «I fotoromanzi erano anticonformisti per l’epoca», spiega Anna Bravo che al tema ha dedicato un libro (Il fotoromanzo, Il Mulino), «e infatti la protagonista di Anime incatenate fa l’amore prima di sposarsi, e fa anche un figlio». Comunque le nuove riviste hanno tutte nomi di donna: Arianna, Gioia, Eva, Anna Bella.
Gli anni Settanta sono quelli dell’impegno. Da Effe, mensile femminista, a Fluttuaria, Grattacielo, Lucciola, Lilith, Limenetimena. Fino a Reti, del 1981. I nomi oggi sono più scintillanti (Glamour, Vanity Fair, Style, MarieClaire)comunque, come nel passato, «non presentano un’immagine piatta delle donne», spiega Anna Bravo. Madri e guerriere. Come la sposa di Kill Bill, che ha fatto scuola.
Raffaella De Santis
la Repubblica, 3 dicembre 2010
DAL MATRIMOMO ALLA LOTTA POLITICA:
QUELLE IMMAGINI DELL’ITALIA ROSA
LEONETTA BENTIVOGLIO
Sarebbe ancora possibile un periodico col titolo sdilinquito di Mammina?Non suonerebbe degna di sospetto nell’Italia di oggi, colma di prostituzione femminile politicamente assistita, una rivista chiamata Preziosa?E la testata Il consigliere delle famiglie non stuzzica l’idea di una fiction sulla mafia? Corrono le parole, assimilando e rilanciando significati mobili, come le immagini che sfilano, tenere o spietate nel rammentarci chi eravamo e dove siamo finite, sulle copertine dei periodici per donne pubblicati e diffusi, con sorti editoriali differenti, nell’arco di un secolo e mezzo.
Dall’Unità fino ai nostri giorni sono oltre 1600 le riviste segnalate dal censimento di Gisella Bochicchio e Rosanna De Longis ne La stampa periodica femminile in Italia.
È impressionante la capacità di queste cover di raccontare –in un succedersi visivo di segnali, disposizioni e vezzi – con quanta velocità hanno viaggiato, e anche con quanta crudeltà (se si considerano le plateali sconfitte odierne), l’immagine e il ruolo sociale delle donne italiane. Il gioco è quello di un continuo trasformismo guidato dal bisogno di trovarsi, delinearsi, plasmare un’identità di genere, modellare le proprie funzioni e (a volte) competere con gli uomini. Sicuramente di farsi amare, o anche solo accettare, dai detentori del potere, referenti assoluti delle sorti del sesso debole o del “sesso oppresso”, come lo definiva un pensatore fuori moda come Lenin.
Sanno di fiaba e di eredi di Jane Austen, cultrice dell’imprescindibile aspirazione al matrimonio le damine soffocate da “tolette da ballo” che spiccano sui settimanali d’inizio Novecento, e anche quelle che ricamano,rassegnate e soavi, nell’Almanacco della Donna Italiana, con pargoli serafici accucciati ai loro piedi. Anni dopo, non così tanti, diventano tutte ragazze-Charleston, spiritose, sciolte e sfrontate. Ma l’illusione dura solo fino all’avvento del fascismo, quando s’impongono ranghi irrigiditi, come testimonia La donna fascista, col suo taglio grafico pieno di spigoli virili. Vi rifulge un sano popolo di solerti massaie, di atlete irreggimentate nelle gare, di vestali devote al capoccione del Duce e di balie dai seni enormi che si sparpagliano sotto il grembiale, senza alcun richiamo erotico, semplicemente vaste e nutrienti: le femmine di piacere sono bandite dalla stampa “istituzionale”.
Salta agli occhi,in questa prima fetta di storia, la categoria femminile oggettiva, immune dall’individuazione. La donna è ancella, fidanzata, madre, suora, amazzone dell’agonismo, figlia immacolata. È cifra di femminilità, icona tipologica. Solo in anni successivi diventa un essere definito dalla celebrità, come la leggendaria Marilyn, o star che funge da metà di una coppia accanto al divo hollywoodiano di turno, vedi Ginger Rogers ritratta con Cary Grant.
A fine anni Quaranta Confidenze di Liala, testata inclusiva del nome di un’autrice di fortunati romanzi rosa che il tempo e la critica avrebbero finito per innalzare al rango di miracolo sociologico, offre alle lettrici famosi volti maschili in cui cullarsi, perché sognare romanticamente è lecito e anzi da incoraggiare. Nel dopoguerra la gloriosa Gioia!, premiata da un punto esclamativo (aria di boom economico e di ricomposizioni familiari), offre lo spettacolo pacifico di signore dal sorriso casalingo, vestite e pettinate come rassicuranti Doris Day.
Irrompe nei Settanta un certo lolitismo nelle immagini di Arianna preannunciando l’avvento di provocazioni nuove, e le mannequin di Anna Bella, con guanti attillatissimi e cappellini sghembi, fanno il verso all’inimitabile chic di Audrey Hepburn. I Settanta sono gli anni di Effe: slogan rivendicativi, coppia che scoppia, gesto-simbolo brandito con pollici e indici congiunti. Tra ottimi propositi e schematismi spesso grossolani, le donne si lanciano alla conquista di spazi nel privato e di quote nella politica, che non otterranno mai davvero, come dimostra questo presente di contrabbandi di vittorie femminili inesistenti o artificiali.
Quasi assale la nostalgia davanti a foto di quel periodo ribaldo ed innocente, con stuoli di paladine i cui volti invasati potrebbero far sogghignare certi professionisti del comando e dare adito alle battute di regime che sappiamo. Ma almeno era un’epoca in cui le donne avevano la voglia e il coraggio di scendere per le strade a esprimere la loro indignazione.
Nel nuovo millennio le chiavi estetiche dominanti delle riviste femminili diventano il corpo anoressico ma anche la star che aspetta un figlio e mostra la pancia. Prevale però l’appeal acerbo e maledetto, la ragazzina androgina e tendenzialmente sadomaso. L’ossessione dell’eterna giovinezza sospinge creature adolescenziali, sempre più sfumate nel genere sessuale, sempre più violentemente asciugate nelle forme.
tuttoLibri, sabato 24 aprile 2010
Stampa femminile. Dal 1861 al 2009, in un catalogo con 1600 titoli: dalla subalternità all’emancipazione, un cammino nel solco della modernità, fino al diritto di voto, alla parità giuridica, al neofemminismo
Donne passate in rivista
PAOLA DÈCINA LOMBARDI
Giornali di moda o periodici educativi per giovinette erano apparsi anche da noi fin dal Settecento ma è negli ultimi decenni dell’Ottocento, nel fermento post unitario che si sviluppa una vera Stampa periodica femminile in Italia,come recita il titolo del «Repertorio 1861-2009», uscito in una collana della Biblioteca di Storia moderna e contemporanea di Biblink: un catalogo a cura di due esperte come Gisella Bochicchio e Rosanna De Longis.
Già i 1600 titoli forniscono una prima, interessante ricognizione. Oltre ai tentativi per conquistare il ruolo che sul filo della storia le donne hanno avuto nel processo di modernizzazione dell’Italia, indicano il rapporto tra riviste nazionali e iniziative locali o di categoria che proliferano durante il fascismo, la varietà e vitalità della stampa femminile cattolica, i fogli di lotta politica e anche l’evoluzione della stampa commerciale, un fenomeno che tra il 1970 e il 1980 diventa ipertrofico, un business ai cui modelli il neofemminismo oppone la riflessione di riviste come DWF, Quotidiano donna, Memoria, L’Orsa minore, Effe.
È un capitolo da approfondire, ma sapere che nel 1861 a Napoli si pubblica Il diavoletto, e nel 1868 La comare. Giornaletto quotidiano per le sole femmine,incuriosisce. E sorprende scoprire che nel 1891, a Roma, l’editore Perino pubblica un Almanacco delle serve o che nell’estate del 1898, a Palermo, esce La cameriera. Organo della lotta di classe fra padrone e serve. Nei quattro numeri conservati all’Istituto Salvemini di Messina si avverte, lontana, l’eco delle turbolenze di quell’anno tormentato dalla disoccupazione e dalle rivolte popolari che nella Sicilia dei Vicerè furono più violente perla crisi delle zolfatare, i raccolti decimati dalla filossera e i dazi sul grano. Con l’obiettivo di far prendere coscienza dei propri diritti alle cameriere dei Signori – maggiore salario, più ore di libertà, cura di sé – si invitavano i Signori ad acquistare il giornale per regalarlo, o leggerlo, alle cameriere.
Con le sue rubriche su la moda di Parigi, la cucina, la mondanità e il tempo libero, questo sorprendente «Organo della lotta di classe» voleva essere formativo. A ispirarlo, furono gli ambienti del socialismo anarchico che stavano organizzando società di mutuo soccorso anche tra le donne del sud o qualche circolo di Signore illuminate? D’altronde sono loro – aristocratiche, mogli di politici e ricche borghesi – a unirsi a socialiste, femministe e rappresentanti di impiegate nel Consiglio Nazionale donne italiane per organizzare a Roma, dieci anni dopo, il primo affollatissimo Congresso con l’obiettivo di ottenere, con la parità giuridica, il diritto di voto.
In tempi in cui si discuteva sul peso del cervello femminile e Pio IX ribadiva la subalternità della donna nell’Enciclica Pascendi, l’emancipazione è il filo rosso che caratterizza le prime importanti riviste, a cominciare dal settimanale La donna. Periodico morale ed istruttivo che esce a Venezia nel 1868. La sua «Rassegna politica» è di respiro internazionale e le «Lettere lombarde» discutono di questione romana, cattolicesimo elaicismo, diritto dei popoli e colonialismo, difesa della pace, questioni sociali e nuove dottrine. Le firma Anna Maria Mozzoni che nel 1881 presenta la prima mozione per il diritto di voto delle donne. Per quindici anni, La donna propone autostima, sobrietà, sorellanza, matrimonio d’amore e mobilitazioni per il riconoscimento dei diritti civili.
L’apertura internazionale caratterizza anche il quindicinale La donna che esce a Torino nel 1905 e, tra alterne vicende, finirà nel 1968. Distribuito con La Stampa e La Tribuna di Roma, illustrato da foto e decori liberty, esalta una diversa modernità. «Divertente e brillante, utile e pratico», inaugura il femminile di fascia alta legato ai consumi e alla piccola industria nascente. Massiccia, la pubblicità irrompe infatti tra i racconti di Neera o di Paul Bourget, le foto di Dive e di automobiliste, le rubriche di moda e gioielli, floricoltura e animali domestici. Si mostrano le belle case colme di oggetti e le fabbriche di moda, l’opificio americano con club e biblioteca per le operaie e l’esemplare nido della Manifattura Tabacchi di Chiaravalle. Con spirito positivista si criticano «gli occultisti di Porta Palazzo», si dà ampio spazio al Congresso del 1908 e, un po’ appannata, la tensione per i diritti cede a mondanità e «beneficenza».
L’associazionismo cresce e in parte si politicizza o accentua la linea femminista – come documenta L ‘Almanacco della donna italiana, Bemporad, 1922. Già nel novembre1920 la Camera avevadeliberato il voto delle donne che, con dei limiti, hanno ottenuto di esercitare le professioni e avere impieghi pubblici: ma non diventò legge. Deluse le attese sul voto, Mussolini coinvolgerà massicciamente le donne nella costruzione del regime come rivelano la Rassegna femminile italiana. Bollettino ufficiale dei fasci femminili, e tante pubblicazioni di propaganda per sostenere la politica demografica, l’autarchia e i esterofobia, l’industria e l’agricoltura. Accanto al modello della madre prolifica, della massaia rurale e di tante levatrici, infermiere e maestre, c’è quello della Piccola fata, il «quindicinale di novelle e varietà», che nel 1932 s’ispira alle dive del cinema, truccate, vestite con cura e più tedesche che italiane. Dieci anni dopo insegnerà a utilizzare la pelliccia «per inserti e manicotti».
Sarà Noi donne, nato durante la Resistenza e poi divenuto organo dell’Unione donne Italiane tra il 1945 e il 2000, a raccogliere il testimone della stampa femminile impegnata. Nel frattempo nell’ultimo mezzo secolo, le donne hanno cominciato a leggere di più e i femminili si sono moltiplicati Ma come, e quanto, sono davvero cambiati? |